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FRANCESCO ED IL SULTANO, storia di un incontro.


Un anniversario di grande importanza verrà celebrato quest’anno da tutto l’Ordine Francescano  a ben   ottocento anni da quel fatidico e per certi versi misterioso e controverso incontro tra S.Francesco d’Assisi e il Sultano di Egitto Malik al Kamil, in  quello che rappresenta  uno dei più straordinari gesti di pace nella storia del dialogo tra Islam e Cristianesimo ed ancora oggi così significativo e attuale per le sue conseguenze nel dialogo interreligioso e per la pace mondiale, tanto da rimanere, pur a distanza di molti secoli, l’avvenimento esclusivo che indica la rotta da cui partire nella ricerca di intesa e armonia tra Oriente e Occidente. 
Questa in sintesi la storia : Francesco d’Assisi voleva andare a tutti i costi tra i musulmani per annunciare loro il Vangelo e, non è da escludersi, anche per sete di martirio, tanto che per tre volte fece i suoi tentativi, senza scoraggiarsi dei fallimenti.  Nel 1211 si era imbarcato ad Ancona per la Siria, ma i venti spinsero la nave in Dalmazia, da dove tornò ad Ancona. Nel 1212-13 si era recato in Spagna per passare in Marocco, ma una malattia lo fermò e lo costrinse a tornare alla Porziuncola. La volta buona si concretizzò nell’agosto del 1219 quando Francesco, probabilmente accompagnato da Frate Illuminato giunse in Oriente, dove da due anni i crociati cercavano invano di sfondare le difese musulmane per riprendersi Gerusalemme. La Palestina apparteneva allora  al sultano egiziano ayyubide, di origine kurda, al-Malik al-Kāmil (successo al padre, fratello del Saladino, nel 1218, a crociata già iniziata). Vista l’impossibilità di avanzare verso la Città Santa,   le operazioni militari si diressero contro l’Egitto, dove appunto risiedeva il Sultano, concentrandosi attorno al porto strategico di Damietta di cui  la flotta crociata aveva iniziato l’assedio il 29 maggio 1218.
I capi cristiani erano il re titolare di Gerusalemme Giovanni di Brienne (nato nel 1148, morto nel 1237), il re di Ungheria Andrea II (1205-1235), il duca d’Austria Leopoldo VI di Babenberg (1198-1230). Ma un grande peso decisionale aveva il legato papale, cardinale di Albano, Pelagio Galvao, benedettino portoghese.
In questo clima di guerra Francesco, insieme a frate Illuminato, ottenne dal legato pontificio il permesso di poter passare, durante la tregua tra la sconfitta del 29 agosto 1219 e la vittoria crociata del novembre dello stesso anno, nel campo saraceno, per incontrare, disarmati, a loro rischio e pericolo, lo stesso sultano.
Scrive Jacques de Vitry, vescovo di S. Giovanni d’Acri, in una lettera della primavera del 1220 al papa Onorio III: “non ebbe timore di portarsi in mezzo all’esercito dei nostri nemici e per molti giorni predicò ai saraceni la parola di Dio, ma senza molto frutto”.
Francesco s’incontrò col direttore spirituale e consigliere di al-Kamil: il sapiente  Fakhr ad-din al Fârisî. Che cosa si siano detti non è dato sapere.
Scopo dell'incontro era quello di poter predicare il Vangelo personalmente al sultano, al fine di convertire lui e i suoi soldati, o quanto meno di arrendersi, onde evitare inutili spargimenti di sangue. Il sultano per alcuni giorni l’ascoltò, poi, preso dal timore che qualcuno del suo esercito passasse all’esercito cristiano, comandò che fosse ricondotto nel campo crociato, con un salvacondotto da utilizzare per visitare la Palestina. A parte ciò le uniche notizie sicure attestano ch’egli restò a Damietta fin quando la città fu presa dai musulmani, dopodiché, disgustato dalle violenze compiute dai crociati, se ne andò via e si fermò per qualche tempo in Siria; poi fece ritorno in Italia. Aveva capito, proprio a Damietta, che una guerra per motivi religiosi non avrebbe portato ad alcun positivo risultato. Pochi anni dopo infatti i crociati capitolarono senza aver ottenuto nient’altro che un bagno di sangue.
Che l’incontro tra Francesco ed il Sultano sia veramente avvenuto non è un fatto che possa essere messo in discussione. Oltre le testimonianze dei biografi dell’Ordine ve ne sono altre di personaggi altrettanto  attendibili come quella di Ernoul, un cavaliere che partecipò alla V crociata, del cardinale Giacomo da Vitry, che incontrò Francesco nel campo crociato, e la biografia del teologo Fakhr ad-din Ak Farisi, uno dei dottori musulmani presenti all'incontro.
Varie e controverse sono le interpretazioni che la storiografia ha dato alle motivazioni che spinsero Francesco ad un così rischioso incontro in nome di "un grande bene". Qual’era il gran bene cui Francesco intendeva riferirsi? Brama di martirio come sostengono le Fonti Francescane? Missione evangelizzatrice? Trasformazione della tregua in una vera pace? Ansia di conoscere da vicino una cultura ritenuta da tutti eretica e pericolosa ? ( Il sultano veniva anche conosciuto col nome di “ Terribile bestia “ ). Ma colui che aveva già ammansito lupi e briganti poteva temere un uomo differente per usi e credo religioso e solo per questo condividere l’idea crociata del suo annientamento?
La problematica sottesa all’episodio di questo incontro è di per sé immensa. Al di là delle varie letture che nel corso dei secoli sono state date a questo episodio storico, è possibile intravedere in filigrana nella figura di san Francesco un precursore del dialogo interreligioso contemporaneo tra Cristianesimo ed Islam? La risposta, per quanto problematica ed articolata, non può che risultare in estrema sintesi positiva. Precursore, però, del vero dialogo interreligioso, quello cioè di chi è convinto della sua identità, e non teme di mettersi a confronto seriamente e coraggiosamente con l' "altro", visto non più stereotipicamente come una bestia, ma un fratello da conoscere rispettare ed amare.

                                                                                              Antonio Fasolo, ofs



COME CRISTO POVERO


Tutta la tradizione agiografica identifica san Francesco con l’espressione «il Poverello». Sia dai suoi scritti che dalle biografie emerge un inequivocabile riferimento alla povertà evangelica, affermata e vissuta nel modo più radicale.

DALLA REGOLA NON BOLLATA
[29] Tutti i frati si impegnino a seguire l'umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient'altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l'apostolo, se non il cibo e le vesti, e di questi ci dobbiamo accontentare.

ULTIMA VOLONTA' SCRITTA A S. CHIARA
[140] Io, frate Francesco piccolo, voglio seguire la vita e la povertà dell'altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima madre e perseverare in essa sino alla fine. E prego voi, mie signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi attentamente dall'allontanarvi mai da essa in nessuna maniera per insegnamento o consiglio di alcuno.


Ma perché per seguire il Vangelo Francesco scelse di diventare povero? E in che cosa consiste questa povertà?
Comprendere il senso di questo tratto della sua esperienza cristiana non è cosa immediata. Non è un caso che il tema della povertà è divenuto ben presto nell’Ordine che da lui è nato motivo di contese ed anche di divisione. D’altra parte non è difficile notare che della povertà vissuta da san Francesco si può parlare in modi molto diversi, comprendendola in termini ascetici, oppure sociali e persino rivoluzionari.
Come si deve comprendere la scelta dell’Assisiate?
Per poterci avvicinare all’esperienza singolare del Poverello si deve guardare al suo percorso esistenziale. Egli di nascita non appartiene ad un ceto povero, ma benestante. È figlio di un commerciante che aveva fatto fortuna permettendo un tenore di vita assai agiata alla propria famiglia. Il suo percorso di conversione, lungo e sofferto, lo porta alla scelta di abbracciare una vita realmente povera. Nulla spiega una tale scelta, che arriva fino alla restituzione pubblica al padre di ogni cosa ricevuta, se non ci si accorge di chi è Gesù Cristo per Francesco. 
Il santo di Assisi compie una svolta a 360 gradi e “da appartenente alla classe agiata, che contava nella città per nobiltà o ricchezza, egli ha scelto di collocarsi all’estremità opposta, condividendo la vita degli ultimi”. 
Seguendo l’esortazione di Gesù, ignorata dal Giovane Ricco (cfr. Mt 19,16-22), Francesco è mosso dalla carità verso gli esseri umani, non dalla “ricerca della propria perfezione”. Paradossalmente il giovane ricco si sente povero e sperimenta un limite esistenziale da cui vorrebbe venir fuori, perché più che di beni è ricco di se stesso, di orgoglio, di presunzione di salvarsi da solo.
Francesco invece non ha scelto tra ricchezza e povertà ma “tra se stesso e Dio”, tra “salvare la propria vita o perderla per il Vangelo”.
Francesco attraverso alcune esperienze fondamentali ( vedi alcuni episodi del suo iniziale cammino di conversione....) scopre che la povertà non consisteva nell'aiutare i poveri, consisteva nell'essere povero. Aiutare i poveri era cosa fondamentale essendo parte ed espressione della carità ma essere povero era un'altra cosa. Gesù era stato povero. Francesco voleva essere povero. Essere povero significava non avere nulla o quasi nulla, significava non possedere ricchezze, non possedere cose, non possedere denaro, non possedere sicurezze, proprio come i poveri, proprio come Gesù.
Cerchiamo di capire meglio in cosa consista la povertà di Francesco e quella di Gesù.

Fil.2,5-11
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l`ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Kenosi di Cristo ed “Espropriazione” di Francesco. Nella Regola cosiddetta Non Bollata, un testo al contempo legislativo e fortemente carismatico, Francesco descrive la sua forma di vita in questi termini: «Tutti i frati si impegnino a seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo». Questa espressione la troviamo ripetuta in modi diversi negli scritti e nelle agiografie ed indica il vero motivo della sua scelta. La povertà è il modo con cui il figlio di Dio è entrato nel mondo ed ha portato a compimento la nostra salvezza. Pertanto la povertà, abbracciata liberamente, è espressione dell’amore per l’umanità di Cristo.
È evidente che il santo d’Assisi non desidera la miseria, desidera seguire le orme di colui che ama in ogni cosa e sopra ogni cosa. Attraverso una vita povera egli intende imitare Dio stesso, il suo entrare nella storia.
Inoltre, Francesco fa l’esperienza che seguire Cristo sulla via della povertà evangelica fa diventare «Signori», rende il cuore libero, apre gli orizzonti, permette di entrare in rapporto con la vita in modo nuovo, oltre ogni misura ed ogni calcolo. Egli mostra come l’attaccamento ai beni, il porre la speranza in quello che si possiede rende il cuore dell’uomo schiavo e triste, chiudendolo in una cupidigia che lo consuma. La povertà evangelica, invece, rende il cuore capace di letizia e gratitudine (vedi “ Perfetta Letizia ).
Da ultimo, questa scelta di povertà evangelica mette effettivamente san Francesco in una posizione di vicinanza e di compassione nei confronti di coloro che soffrono l’indigenza, a cominciare dai più colpiti dalla emarginazione nel suo tempo: i lebbrosi. La sua vicinanza a loro tuttavia non è mai strategica o ideologica ma espressione della sua radicale affezione a Cristo, il quale per amore nostro e liberamente ha preso su di sé la condizione ferita di ogni uomo.

“Come gli altri poveri”
è il modello sociale e concreto che Francesco propone ai suoi frati per quanto riguarda il cibo, il vestito, l’abitazione; “come il Signore Gesù Cristo” è il modello spirituale per quanto riguarda il modo, i sentimenti con cui vivere. La povertà francescana dovrà avere in ogni tempo e in ogni contesto geografico questi due punti di riferimento: la concretezza della povertà dei poveri e i sentimenti che furono in Cristo Gesù.


Scegliere poi la povertà ( intesa come sobrietà e solidarietà)  è il modo migliore per combattere la povertà iniqua, che opprime tanti uomini e donne e minaccia la pace di tutti.
Quindi la povertà scelta da Francesco è qualcosa di più profondo e articolato che la semplice rinuncia ai beni o una contestataria scelta di pauperismo. In verità  alla discutibile concezione pauperistica di San Francesco ha contribuito sia l’anonimo autore del XII sec. del Sacrum Commercium Beati Francisci cum do] mina Paupertate. – cioè le “Mistiche nozze del S. Francesco con Madonna Povertà”. Dove La Povertà   è più signora (domina) che sposa, sia  Dante Alighieri,  nel canto XI del Paradiso che usa le medesime espressioni

a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede;
( Dante, Paradiso canto XI )

Occorre diffidare di queste concezioni semplicistiche perché è impossibile innamorarsi di una virtù, mentre è normale innamorarsi di una persona, come fa Francesco con Cristo.
“Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò, per così dire 'in seconde nozze' Madonna povertà. E così sarà sempre nella santità cristiana.
Se alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, non c’è l’amore per Cristo, “i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne, purtroppo, anche per alcuni dei seguaci del Poverello”.


Ma i laici francescani possono vivere nel mondo la stessa povertà di Francesco ?
Come disse una volta il futuro Paolo VI “è possibile maneggiare i beni di questo mondo senza restare prigionieri e vittime?”, parlando appunto di san Francesco. Che voleva domandarsi il futuro papa con queste parole?
Questo Francesco ha qualcosa da dirci in questa realtà concreta in cui noi laici dobbiamo fare i conti con i beni di questo mondo, col denaro, persino anche con la finanza? In che modo è possibile coniugare Madonna Povertà e Madonna Economia ?
Per comprendere questo è  importante la riflessione che fecero i frati dopo Francesco, soprattutto Pietro di Giovanni Olivi, sul fatto che il problema non è il denaro ma l’uso del denaro per cui Olivi arriva a dire “anche un mercante può essere santo se usa il denaro per il bene comune”. I frati devono avere un uso povero del denaro, oggi diremmo un uso sobrio. I manager, persone che lavorano nella finanza, nel mondo dell’economia, devono fare un uso del denaro per il bene comune.


La concezione della povertà di Francesco porta come sbocco naturale, alla perfetta letizia. Così espressa in un celebre fioretto: «Avvenne un tempo che san Francesco d’Assisi e frate Leone andando da Perugia a Santa Maria degli Angeli, il santo frate spiegasse al suo compagno di viaggio cosa fosse la perfetta letizia. Era una giornata d’inverno e faceva molto freddo e c’era pure un forte vento e… mentre frate Leone stava avanti, frate Francesco chiamandolo diceva: “frate Leone, se avvenisse, a Dio piacendo, che i frati minori dovunque si rechino dessero grande esempio di santità e di laboriosità, annota e scrivi che questa non è perfetta letizia“. Andando più avanti san Francesco chiamandolo per la seconda volta gli diceva: “O frate Leone, anche se un frate minore dia la vista ai ciechi, faccia raddrizzare gli storpi, scacci i demoni, dia l’udito ai sordi… scrivi che non è in queste cose che sta la perfetta letizia”. E così andando per diversi chilometri quando, con grande ammirazione frate Leone domandò: “padre ti prego per l’amor di Dio, dimmi dov’è la perfetta letizia”. E san Francesco rispose: “quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati. E lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte. Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca… allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia…”.

Cosa dice Francesco? Che chi è povero di sé, è povero di orgoglio, cioè non lega la propria “autostima”, come si dice oggi, ai fatti, alle circostanze, al successo, alla fama, al riconoscimento degli altri, quindi è veramente lieto. Nessuno infatti può portargli via nulla, perché ciò che gli sta a cuore non sono gli sguardi degli uomini, ma il sentirsi guardato, giudicato, amato da Dio.
Si tratta di una povertà scelta e quindi andrà vissuta nella gioia, o nella “letizia” per usare un termine tipicamente francescano. Nella Regola Francesco scriverà che i frati «devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada» (Rnb, IX,2: FF 30). Qui appare evidente lo stretto e necessario collegamento tra povertà, minorità, fraternità e letizia; tra il vivere per i poveri, con i poveri e da poveri.
Ma è soprattutto in tempi di crisi economica come i nostri che la povertà francescana può avere qualcosa da suggerire/regalare a tutti: una verifica per stabilire che cosa è davvero necessario e che cosa è superfluo; il recupero di uno stile di vita più semplice, sobrio ed austero rispetto a quello proposto dalla pubblicità consumistica; un cambiamento di prospettiva che privilegi la qualità delle relazioni interpersonali rispetto alla quantità delle cose possedute. La crisi economica, da grande disgrazia, potrebbe così diventare per tutti provvidenziale occasione di arricchimento in umanità. È il suggerimento di quel Poverello che, oltre ad essere ammirato da tutti, potrebbe forse venire anche imitato da qualcuno.

                                                                            a cura di Antonio Fasolo Ofs

Francesco d’Assisi: la povertà è «Signora», di fra Paolo Martinelli
* http://tracce.it
Sposati con madonna Povertà
Scegliere la povertà per mettersi in relazione fruttuosa col mondo, di Dino Dozzi
( Messaggero Cappuccino novembre-dicembre 2015 )
San Francesco non scelse "tra ricchezza e povertà" ma "tra se stesso e Dio", Città del Vaticano, 06 Dicembre 2013 (ZENIT.org) Luca Marcolivio
 

L' AVETE FATTO A ME.


Giubileo straordinario
della Misericordia

FACERE
MISERICORDIAM

a cura di Antonio Fasolo

Papa Francesco durante il suo primo Angelus, commentando il brano evangelico dell’Adultera, ha richiamato tutti al mistero della misericordia di Dio: "Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono… Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi". E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti.

San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: “miserando atque eligendo”. "Mi ha sempre impressionato questa espressione - dice Papa Francesco -  tanto da farla diventare il mio motto”. E così ancora, il Santo Padre nella bolla d’indizione del Giubileo della misericordia:  « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ».

Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia per niente un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono».
Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso. In queste espressioni, semplici e profondissime, si trova anche la radice dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi: "La misericordia, in effetti, è uno dei temi cardini del francescanesimo". Alcuni suoi scritti e numerose agiografie mettono in evidenza come la sua vicenda personale sia caratterizzata proprio dalla scoperta della misericordia di Dio verso di sé che apre all’essere a propria volta misericordiosi.

Nel Testamento, dove Francesco rilegge tutta la sua vita, ormai giunta al termine dei suoi giorni, riconosce l’origine del suo percorso: «quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». Non dimentichiamo quello che Francesco dice nella stessa frase: “Il Signore mi condusse tra loro”. La misericordia fu il primo frutto del suo avvicinamento al Signore.

Ci sono stati alcuni (per esempio, in tempi a noi vicini, Simone Weil) che sono arrivati a Cristo partendo dall’amore per i poveri e vi sono stati altri che sono arrivati ai poveri partendo dall’amore per Cristo. Francesco appartiene a questi secondi. Ma questo riflette l’ordine profondo che c’è tra le opere e la grazia.

Francesco ha dapprima esperimentato la misericordia di Dio verso di lui, la misericordia come dono gratuito, ed è questo che lo ha spinto e gli ha dato la forza di avere misericordia del lebbroso e dei poveri. Egli incontra una realtà che gli è data, davanti alla quale conosceva solo la fuga a causa del suo “essere nei peccati”, mentre nella fede impara ad accoglierla, ad “usare misericordia”.
Quella persona ferita diventa per Francesco segno nel quale il mistero di Dio lo raggiunge. Da qui il Santo di Assisi inizia il suo cammino, in cui riconosce il perdono di Dio per i propri peccati ed impara ad essere misericor-dioso. Questo sguardo determinerà san Francesco in tutti i suoi rapporti.

C’è un episodio della vita di San Francesco in cui traspare maggiormente il volto della misericordia.

[FF. 234] A frate N... ministro. Il Signore ti benedica! Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia.
E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori.

[235] E questo sia per te più che stare appartato in un eremo. E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse per dono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.


Nella Lettera ad un Ministro, (così egli chiamava i superiori nel suo ordine, cioè “servitori”), che presumibilmente voleva lasciare l’incarico a causa dei problemi che doveva affrontare quotidianamente, Francesco lo invita ad accogliere quella realtà che sembra disturbarlo dal suo personale rapporto con Dio: «quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia». Vale a dire: il rapporto con Dio passa attraverso il dramma della vita quotidiana e non nella nostra fantasia  religiosa. Per questo aggiunge: «E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza».

Si obbedisce a Dio quando si accetta il rischio dell’impatto quotidiano con il reale in cui il Mistero tocca la nostra libertà. Francesco poi aggiunge: «E ama coloro che agiscono con te in questo modo… e non pretendere che diventino cristiani migliori». A noi è difficile capire oggi che cosa voglia dire stare di fronte all’altro senza pretendere che sia “migliore”, tanto il nostro cristianesimo è ridotto moralisticamente. Ma è proprio così, poiché la vita cambia quando la si accoglie come è e non perché la si piega ad un proprio pregiudizio.

Ma l’indicazione più dirompente la troviamo nei versetti successivi in cui l’Assisiate scrive a questo ministro come comportarsi di fronte ai frati che commettono peccato:

«E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli».

Francesco d’Assisi guarda l’altro con il perdono di Dio negli occhi e nel cuore. La misericordia appare qui il principio che rigenera continuamente l’umano, vincendo indomabilmente tutte le resistenze. Questa è in fondo la consapevolezza che Francesco d’Assisi ha sperimentato lungo il suo cammino: essere un peccatore perdonato, divenendo segno della misericordia di Dio. Questa realtà è bene espressa da un noto passaggio dei Fioretti, in cui frate Masseo di fronte al suo “successo” esclama:

«Perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?». Ecco la risposta di Francesco: perché gli occhi di Dio «non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me… perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo».

Egli ha sperimentato così la misericordia divina e l’elezione di Dio ad essere segno della sua grazia. Questo richiama alla mente il moto scelto, non a caso, da Papa Francesco, in riferimento all’incontro tra Gesù e Matteo: «Miserando atque eligendo», che significa: “guardandolo con misericordia lo scelse”. Questo è il mistero della misericordia che confonde il mondo nella sua presunzione.

Come può l’esperienza di San Francesco essere maestra di misericordia per noi, uomini e donne d’oggi? In molti modi. Una è andare incontro ai “nuovi lebbrosi” di oggi, le persone evitate o allontanate da tutti; andare come lui verso gli ultimi, verso le “periferie esistenziali” che esistono anche vicino a noi. Soprattutto Francesco ci addita la fonte da cui si può attingere la forza per fare questo, ed è vedere Cristo nel fratello, ricordarsi di quella parola di Cristo: “L’avete fatto a me”.
 

Bibliografia:

IL CARISMA FRANCESCANO
La misericordia che rigenera l'umano
di fra Paolo Martinelli del 15/04/2013 in Tracce.it

Paolo Martinelli - Pietro Messa, Francesco e la misericordia, EDB, Bologna 2015