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L' AVETE FATTO A ME.


Giubileo straordinario
della Misericordia

FACERE
MISERICORDIAM

a cura di Antonio Fasolo

Papa Francesco durante il suo primo Angelus, commentando il brano evangelico dell’Adultera, ha richiamato tutti al mistero della misericordia di Dio: "Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono… Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi". E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti.

San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: “miserando atque eligendo”. "Mi ha sempre impressionato questa espressione - dice Papa Francesco -  tanto da farla diventare il mio motto”. E così ancora, il Santo Padre nella bolla d’indizione del Giubileo della misericordia:  « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ».

Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia per niente un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono».
Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso. In queste espressioni, semplici e profondissime, si trova anche la radice dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi: "La misericordia, in effetti, è uno dei temi cardini del francescanesimo". Alcuni suoi scritti e numerose agiografie mettono in evidenza come la sua vicenda personale sia caratterizzata proprio dalla scoperta della misericordia di Dio verso di sé che apre all’essere a propria volta misericordiosi.

Nel Testamento, dove Francesco rilegge tutta la sua vita, ormai giunta al termine dei suoi giorni, riconosce l’origine del suo percorso: «quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». Non dimentichiamo quello che Francesco dice nella stessa frase: “Il Signore mi condusse tra loro”. La misericordia fu il primo frutto del suo avvicinamento al Signore.

Ci sono stati alcuni (per esempio, in tempi a noi vicini, Simone Weil) che sono arrivati a Cristo partendo dall’amore per i poveri e vi sono stati altri che sono arrivati ai poveri partendo dall’amore per Cristo. Francesco appartiene a questi secondi. Ma questo riflette l’ordine profondo che c’è tra le opere e la grazia.

Francesco ha dapprima esperimentato la misericordia di Dio verso di lui, la misericordia come dono gratuito, ed è questo che lo ha spinto e gli ha dato la forza di avere misericordia del lebbroso e dei poveri. Egli incontra una realtà che gli è data, davanti alla quale conosceva solo la fuga a causa del suo “essere nei peccati”, mentre nella fede impara ad accoglierla, ad “usare misericordia”.
Quella persona ferita diventa per Francesco segno nel quale il mistero di Dio lo raggiunge. Da qui il Santo di Assisi inizia il suo cammino, in cui riconosce il perdono di Dio per i propri peccati ed impara ad essere misericor-dioso. Questo sguardo determinerà san Francesco in tutti i suoi rapporti.

C’è un episodio della vita di San Francesco in cui traspare maggiormente il volto della misericordia.

[FF. 234] A frate N... ministro. Il Signore ti benedica! Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia.
E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori.

[235] E questo sia per te più che stare appartato in un eremo. E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse per dono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.


Nella Lettera ad un Ministro, (così egli chiamava i superiori nel suo ordine, cioè “servitori”), che presumibilmente voleva lasciare l’incarico a causa dei problemi che doveva affrontare quotidianamente, Francesco lo invita ad accogliere quella realtà che sembra disturbarlo dal suo personale rapporto con Dio: «quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia». Vale a dire: il rapporto con Dio passa attraverso il dramma della vita quotidiana e non nella nostra fantasia  religiosa. Per questo aggiunge: «E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza».

Si obbedisce a Dio quando si accetta il rischio dell’impatto quotidiano con il reale in cui il Mistero tocca la nostra libertà. Francesco poi aggiunge: «E ama coloro che agiscono con te in questo modo… e non pretendere che diventino cristiani migliori». A noi è difficile capire oggi che cosa voglia dire stare di fronte all’altro senza pretendere che sia “migliore”, tanto il nostro cristianesimo è ridotto moralisticamente. Ma è proprio così, poiché la vita cambia quando la si accoglie come è e non perché la si piega ad un proprio pregiudizio.

Ma l’indicazione più dirompente la troviamo nei versetti successivi in cui l’Assisiate scrive a questo ministro come comportarsi di fronte ai frati che commettono peccato:

«E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli».

Francesco d’Assisi guarda l’altro con il perdono di Dio negli occhi e nel cuore. La misericordia appare qui il principio che rigenera continuamente l’umano, vincendo indomabilmente tutte le resistenze. Questa è in fondo la consapevolezza che Francesco d’Assisi ha sperimentato lungo il suo cammino: essere un peccatore perdonato, divenendo segno della misericordia di Dio. Questa realtà è bene espressa da un noto passaggio dei Fioretti, in cui frate Masseo di fronte al suo “successo” esclama:

«Perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?». Ecco la risposta di Francesco: perché gli occhi di Dio «non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me… perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo».

Egli ha sperimentato così la misericordia divina e l’elezione di Dio ad essere segno della sua grazia. Questo richiama alla mente il moto scelto, non a caso, da Papa Francesco, in riferimento all’incontro tra Gesù e Matteo: «Miserando atque eligendo», che significa: “guardandolo con misericordia lo scelse”. Questo è il mistero della misericordia che confonde il mondo nella sua presunzione.

Come può l’esperienza di San Francesco essere maestra di misericordia per noi, uomini e donne d’oggi? In molti modi. Una è andare incontro ai “nuovi lebbrosi” di oggi, le persone evitate o allontanate da tutti; andare come lui verso gli ultimi, verso le “periferie esistenziali” che esistono anche vicino a noi. Soprattutto Francesco ci addita la fonte da cui si può attingere la forza per fare questo, ed è vedere Cristo nel fratello, ricordarsi di quella parola di Cristo: “L’avete fatto a me”.
 

Bibliografia:

IL CARISMA FRANCESCANO
La misericordia che rigenera l'umano
di fra Paolo Martinelli del 15/04/2013 in Tracce.it

Paolo Martinelli - Pietro Messa, Francesco e la misericordia, EDB, Bologna 2015


San Francesco d'Assisi - Lodi di Dio Altissimo


Lodi di Dio Altissimo

Tu sei santo, Signore Dio unico,
che compi meraviglie.
Tu sei forte. 
Tu sei grande. 
Tu sei altissimo.
Tu sei Re onnipotente, tu Padre santo,
Re del cielo e della terra.
Tu sei Trino e Uno, Signore Dio degli dei,
Tu sei bene, ogni bene, sommo bene,
Signore Dio, vivo e vero.
Tu sei amore, carità. 
Tu sei sapienza.
Tu sei umiltà. 
Tu sei pazienza.
Tu sei bellezza. 
Tu sei mansuetudine
Tu sei sicurezza. 
Tu sei quiete.
Tu sei gaudio e letizia.
Tu sei speranza nostra.
Tu sei giustizia. 
Tu sei temperanza. 
Tu sei ogni nostra sufficiente ricchezza.
Tu sei bellezza. 
Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore. 
Tu sei custode e difensore nostro.
Tu sei fortezza. 
Tu sei refrigerio.
Tu sei speranza nostra.
Tu sei fede nostra
  Tu sei carità nostra. 
Tu sei completa dolcezza nostra.
Tu sei nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore,
Dio Omnipotente, Misericordioso Salvatore.

Francesco d'Assisi




 Dalle Costitizioni dell'Ordine Francescano Secolare: "Nelle riunioni della Fraternità, specialmente in quelle ordinarie e nella celebrazione del capitolo, nel proporre ai fratelli temi di riflessione, è bene avere innanzi alla mente gli scritti di san Francesco, o altri scritti, tratti dalle Fonti Francescane.

FRANCESCO D’ASSISI A ROMA – Il primo viaggio - 1206

Nell’anno del Signore 1206 Francesco era un giovanotto di circa ventidue anni.  Se pensiamo ad un coetaneo dei nostri giorni , ad un figlio magari o ad un amico, ci rendiamo conto che a quei tempi si cresceva più in fretta, si affrontavano prima le grandi responsabilità della vita, si era già uomini  e maturi in un arco di tempo decisamente più breve di quanto la nostra gioventù possa oggi immaginare.
Nonostante la sua età, Giovanni , figlio di Bernardone, detto “ il francese “ a causa dei numerosi viaggi che il padre compiva in quella regione a motivo dei suoi commerci e per l’educazione ricevuta dalla madre di origine provenzale, aveva già vissuto con intensità alcune tappe fondamentali della storia di Assisi ed assaporato gioie e dolori di un’infanzia spensierata finita troppo presto nelle carceri di Perugia. Minato nel corpo da una misteriosa malattia contratta proprio durante quella prigionia, guarito ma non troppo e forse più ferito nell’anima che nel fisico, Francesco aveva visto sgretolarsi nell’arco di pochissimi anni le poche sicurezze che lo avevano accompagnato durante la sua formazione nella casa paterna.  Primo fra tutti il sogno di conquistarsi uno status sociale più elevato , la gloria del cavaliere , e il trionfo tramite la potenza delle armi. Una sensazione di vuoto e di sgomento si insinuava tra le macerie delle proprie ambizioni e non trovava pace perché nè i genitori, né gli amici, né qualche nobile e potente signore, era  riuscito a colmare il suo intimo desiderio di pienezza e di senso.
            Fu allora , nel momento in cui l’orizzonte delle sue ambizioni terrene si era dissolto, nel momento in cui nessuno sembrava in grado di indicargli una strada che lo conducesse a realizzarsi  nella vita, nel momento in cui nessuno gli diceva cosa dovesse fare, proprio allora  decise di rivolgersi a Dio, al Signore di tutti i signori. E pregando, invocando, supplicando decise di farsi mendicante, prima nell’’anima, perché il senso della sua vita , solo allora lo stava comprendendo, poteva essergli “ donato “  soltanto su sua umile ed incessante richiesta. Un mendicante affamato di vita e di significato che bussava testardo ed ostinato alla porta di Cristo.
            Fu a Cristo che si rivolse , a lui chiese spiegazioni ed ai suoi legittimi rappresentanti in Terra. Molti a quei tempi preferivano seguire vie più facili ma presto si allontanavano dalla strada giusta finendo in poco tempo ad ingrossare le fila dei movimenti ereticali. Non così Francesco, che se pur giovane, non rinunciò mai a percorrere i sentieri più impervi e faticosi dell’ortodossia. Sono noti i suoi ottimi rapporti col vescovo di Assisi e con i suoi preti di campagna. Ma prima ancora di ricorrere al Vescovo egli pensò bene di recarsi in pellegrinaggio a Roma dove avrebbe potuto pregare agevolmente lo stesso Principe degli Apostoli.
Così recita una bella orazione di S. Ambrogio:
Cristo è tutto per noi.
Se vuoi curare una ferita, egli è medico;
se sei riarso dalla febbre, è fontana;
se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia;
se hai bisogno di aiuto, è forza;
se temi la morte, è vita;
se desideri il cielo, è via;
se fuggi le tenebre, è luce;
se cerchi cibo, è alimento.


Forse Francesco non conosceva questi versi di Sant’Ambrogio, ma ne condivise pienamente lo spirito.
Nei primi anni del XIII secolo Roma era molto diversa da come possiamo figurarcela noi oggi. E soprattutto non era affatto la grande metropoli che conosciamo tutti.  Invasioni, epidemie e pessime condizioni di vita avevano ridotto l’antica capitale dell’Impero Romano che ai tempi di Augusto vantava quasi un milione di cittadini, in un piccolo centro con una popolazione di certo inferiore agli ottantamila abitanti. Questa infatti, da molto tempo ormai  , aveva abbandonato la città per rifugiarsi nelle campagne o sulle alture fortificate meglio protette, portando a compimento quel processo di ruralizzazione e di abbandono dei centri urbani iniziato già nel V secolo d.C.
I domini delle grandi famiglie occupavano zone diverse della città, dove queste risiedevano in dimore fortificate e dominate da torri, che costituivano con la loro altezza un segno di ricchezza e potenza. Tra di esse i Conti di Tuscolo (Quirinale, dove furono quindi rimpiazzati dai Colonna) e i Crescenzi (rioni Ponte e Parione, dove in seguito ebbero sede gli Orsini), i Frangipane (Palatino e Colosseo) e i Pierleoni (rione Ripa, isola Tiberina e Trastevere), e in seguito i Conti di Segni (Viminale), i Savelli (Aventino e rione Ripa), i Caetani (Quirinale e isola Tiberina), gli Annibaldi (Colosseo ed Esquilino) e i Capocci (Viminale). Qua e là tra i ruderi delle antiche vestigia imperiali si ergevano invece chiese,  basiliche  e monasteri.

La stessa Basilica di San Pietro, dove, secondo la storia , Francesco si recò pellegrino scambiando i suoi preziosi abiti con quelli d’un povero, era quella fatta costruire dall’imperatore  Costantino nel IV secolo d.C. Dimentichiamoci dunque quella odierna  con la cupola di Michelangelo , la piazza rotonda ed il colonnato che imponente, sembra abbracciare il visitatore. La sua costruzione fu lunga e laboriosa, iniziando  nel 1452 per concludersi definitivamente  nel 1626 quando fu consacrata da Urbano VIII.  Non questo videro gli occhi di Francesco ma una struttura sensibilmente più piccola, pur nella sua maestà rapportata agli edifici dell’epoca, una basilica con ben cinque navate, sul modello di quella del Laterano.
Per avere un’idea di come questa basilica apparisse in quel periodo, il luogo migliore da visitare é la chiesa di San Paolo Fuori le Mura. Vi sono alcune differenze fra queste due costruzioni, ma é possibile capire quanto fosse grande una chiesa con cinque navate e come potesse funzionare ecumenicamente.  Nell’immenso transetto di San Pietro, i pellegrini potevano radunarsi per venerare i grandi Apostoli, le cui reliquie giacevano sotto un baldacchino sistemato sopra quattro colonne attorcigliate di bronzo, davanti all’abside. Di fronte alla basilica vi era un atrio, con una fontana a forma di un cono di pino dove molti mendicanti e poveri chiedevano l’elemosina. La facciata aveva ricche decorazioni in mosaico, mostrando il simbolo di Cristo con gli Apostoli. La navata era lunga 91 metri e terminava in un arco trionfale, con mosaici che mostravano Costantino che donava la basilica. Al di là, l’abside aveva un mosaico in cui erano raffigurati  il Cristo con Pietro e Paolo e sulle pareti della navata vi erano affreschi che mostravano scene dalla Bibbia e ritratti dei Papi.


Ecco come le Fonti francescane raccontano l’episodio:
VESTITO DA POVERO, MANGIA CON I POVERI
DAVANTI ALLA CHIESA DI SAN PIETRO
2Cel 8 FF 589

8. Fino da allora dimostrava di amare intensamente i poveri e questi inizi lodevoli lasciavano prevedere cosa sarebbe stato, una volta giunto a perfezione. Spesso si spogliava per rivestire i poveri, ai quali cercava di rendersi simile, se non ancora a fatti almeno con tutto l'animo. Si recò una volta in pellegrinaggio a Roma, e, deposti, per amore di povertà, i suoi abiti fini, si ricoprì con gli stracci di un povero. Si sedette quindi pieno di gioia tra i poveri, che sostavano numerosi nell'atrio, davanti alla chiesa di San Pietro e, ritenendosi uno di essi, mangiò con loro avidamente. Avrebbe ripetuto più e più volte azioni simili, se non gli avessero incusso vergogna i conoscenti. Si accostò poi all'altare del Principe degli Apostoli e, stupito delle misere offerte dei pellegrini, gettò là denaro a piene mani. Voleva, con questo gesto, indicare che tutti devono onorare in particolare modo colui che Dio stesso ha onorato al di sopra degli altri.
LegM 1,6;  FF 1037
Durante questo periodo, egli si recò a visitare, con religiosa devozione, la tomba dell'apostolo Pietro. Fu in questa circostanza che, vedendo la grande moltitudine dei mendicanti davanti alle porte di quella chiesa, spinto da una soave compassione, e, insieme, allettato dall'amore per la povertà, donò le sue vesti al più bisognoso di loro e, ricoperto degli stracci di costui, passò tutta la giornata in mezzo ai poveri, con insolita gioia di spirito.
Voleva, così, disprezzare la gloria del mondo e raggiungere gradualmente la vetta della perfezione evangelica. Si applicava con maggior intensità alla mortificazione dei sensi, in modo da portare attorno, anche esteriormente, nel proprio corpo, la croce di Cristo che portava nel cuore.
Tutte queste cose faceva Francesco, uomo di Dio, quando, nell'abito e nella convivenza quotidiana, non si era ancora segregato dal mondo.
3Comp 10. FF 1406

Avvenne in quel torno di tempo che Francesco si recasse a Roma in pellegrinaggio.
 Entrato nella basilica di San Pietro, notò la spilorceria di alcuni offerenti, e disse 
fra sé: "Il principe degli Apostoli deve essere onorato con splendidezza, mentre 
questi taccagni non lasciano che offerte striminzite in questa basilica, dove riposa
 il suo corpo". E in uno scatto di fervore, mise mano alla borsa, la estrasse piena di
 monete di argento che, gettate oltre la grata dello altare, fecero un tintinnio così 
vivace, da rendere attoniti tutti gli astanti per quella generosità così magnifica.
            Uscito, si fermò davanti alle porte della basilica, dove stavano molti poveri
 a mendicare, scambiò di nascosto i suoi vestiti con quelli di un accattone. E sulla 
gradinata della chiesa, in mezzo agli altri mendichi, chiedeva l'elemosina in lingua 
francese. Infatti, parlava molto volentieri questa lingua, sebbene non la possedesse 
bene.
             
Si levò poi quei panni miserabili, rindossò i propri e fece ritorno ad Assisi. Insisteva 
nella preghiera, affinché il Signore gl'indicasse la sua vocazione. A nessuno però 
confidava il suo segreto né si avvaleva dei consigli di alcuno, fuorché di Dio solo
 e talvolta del vescovo di Assisi. In quel tempo nessuno, in effetti, seguiva la vera 
povertà, che Francesco desiderava sopra ogni altra cosa al mondo, appassionandosi 
a vivere e morire in essa.
Scrive  Padre Fernando Uribe [1] “La presenza di Francesco a Roma è legata anzitutto al suo senso di fedeltà alla Chiesa. Egli volle sempre vivere la sua avventura evangelica in seno alla Chiesa e in comunione con i suoi pastori.”
Non è un caso se uno dei momenti più significativi del suo cammino di conversione e di realizzazione vocazionale abbia coinciso con la visita alla tomba del Principe degli Apostoli. Una lezione importante per chiunque pensi di poter seguire Cristo facendo a meno della guida e del magistero dei suoi vicari in terra. 
             
                                                                                              Antonio Fasolo Ofs
( continua )


[1] ” Itinerari Francescani “  ( Ed.  Messaggero di Padova – Padova 1997 ) p.22

SAN FRANCESCO E LA FAMIGLIA - L'efficacia delle parole e della preghiera di Francesco d'Assisi nel ricomporre l'unità delle famiglie.

Sabato 4 ottobre, festa liturgica di san Francesco, il Papa invita alla preghiera per il prossimo Sinodo sulla famiglia. Tale gesto ben si radica in quanto Tommaso da Celano narra nel Memoriale (in Fonti Francescane, 623) circa l’efficacia delle parole e della preghiera dell’Assisiate nel ricomporre l’unità nelle famiglie.

Mentre il servo di Dio si recava alle Celle di Cortona, una nobildonna di Volusiano gli andò incontro in tutta fretta. Dopo lungo cammino, finalmente lo raggiunse ansimante, perché era persona molto delicata e gracile. Quando il padre santissimo la vide così sfinita e trafelata, ne ebbe compassione e le chiese: «Che cosa desideri, donna?». «Padre, che tu mi benedica». E il santo: «Sei sposata o no?». «Padre, – rispose – ho un marito molto crudele, che mi è di ostacolo nel servire Gesù Cristo. È questo il mio vero tormento: a causa sua non posso mantenere i buoni propositi che il Signore mi ispira. Perciò ti chiedo, o santo, di pregare per lui, affinché Dio nella sua misericordia gli muti il cuore».
Il padre rimase ammirato della donna dotata di un animo virile e così piena di senno, pur essendo di giovane età. E le rispose molto commosso: «Và, figlia benedetta, e sappi che tuo marito in futuro ti sarà di consolazione». E aggiunse: «Gli dirai, da parte di Dio e mia, che ora è tempo di salvezza, ma più tardi di giustizia». E la benedisse. La donna se ne tornò a casa e, incontrato il marito, riferì quanto le era stato ordinato. Lo Spirito Santo scese improvvisamente su di lui e, trasformatolo da vecchio in uomo nuovo, lo indusse a rispondere con tutta dolcezza: «Donna, serviamo il Signore e salviamo le nostre anime qui nella nostra casa».

«A me pare – soggiunse la moglie che dovremmo porre come fondamento, per così dire, nella nostra anima la continenza, e poi edificarvi sopra le altre virtù». «Sì, piace anche a me, come precisamente a te», concluse il marito. Vissero molti anni in castità, e poi passarono da questa vita beatamente nello stesso giorno, uno come olocausto del mattino e l’altro sacrificio della sera.

Per approndire cfr. C.-A. Acquadro, Sulle orme di Gesù povero, Assisi 2014, pp. 14,00, euro 12,00.

Per un ulteriore approfondimento si può cliccare qui.

tratto da ZENIT agenzia di informazione internazionale no-profit formata da una équipe di professionisti e volontari convinti che la straordinaria saggezza del Pontefice e della Chiesa cattolica, possa alimentare la speranza e aiutare l’umanità tutta a trovare verità, giustizia e bellezza. 

LA POVERTA' DI CRISTO E' LA PIU' GRANDE RICCHEZZA ! Riflessioni sulle parole di Papa Francesco di un terziario francescano


QUARESIMA 2014



CONVERTITEVI
E CREDETE AL VANGELO


La chiesa ogni anno si riunisce al Ministero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima” (CCC, 540).
“La tentazione di Cristo (che ha avuto il suo momento sommo sulla Croce) manifesta quale sia la messianicità del figlio di Dio, in opposizione quella propostagli da Satana e che gli uomini desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore per noi: “Infatti, non abbiamo un sommo sacerdote che sappia compatire le nostre infermità, essendo lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15).


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014
La povertà di Cristo è la più grande ricchezza “. Questa in sintesi il tema scelto dal Papa come messaggio di riflessione per il tempo di quaresima che sta per iniziare . Ancora una volta un messaggio caro alla spiritualità francescana, direi il suo apice, la sua essenza più profonda esplicitata nella scelta di Francesco di farsi povero in mezzo ai poveri per amore di Gesù.
«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Papa Francesco prende spunto dalle parole di S. Paolo ai Corinti per evidenziare lo stile di Dio il quale “non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà “.
Gesù si è spogliato delle sue prerogative divine rivestendo la carne della nostra umanità non per amore della povertà in se stessa ma perché la necessità dell’amore è quella di “condividere in tutto la sorte dell’amato “. Compresa la miseria, la sofferenza e la morte. E’ questa la via che Dio ha scelto per consolarci, salvarci ed infine liberarci dalla nostra miseria. A cosa infatti ci avrebbe giovato un Dio solidale e misericordioso, ma incapace di tirarci fuori dalla palude dei nostri peccati, sporcandosi egli stesso di fango ? Non sarebbe stato questo piuttosto il Dio lontano dei  filosofi o compassionevole del Buddha, altresì incapace di salvarci?
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? continua il pontefice...  è il suo farsi carne,!!!... Il poterlo toccare , udire, incontrare, nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri!!.”
La scelta della povertà da parte di Cristo ci suggerisce infatti che esiste una dimensione positiva della povertà, che peraltro risuona nel Vangelo, che proclama beati i poveri. E’ evidente che in questa dimensione della povertà c’è un aspetto di spoliazione e di rinuncia. Altra cosa è invece la miseria che un cristiano ha il dovere di combattere.
Cerchiamo quindi di sbarazzarci subito di una grande tentazione e di un enorme frainteso in cui sono caduti spesso tanti nostri fratelli nel confondere i reali motivi che spinsero S. Francesco a farsi povero. Come ben ha spiegato  Padre Raniero Cantalamessa , predicatore della casa pontificia, nella sua prima predica d’avvento dell’anno scorso, Francesco “ non ha scelto la povertà e tanto meno il pauperismo : ha scelto i poveri”.
Il motivo profondo della sua conversione – ha soggiunto – non è di natura sociale, ma evangelica”. E del resto, Francesco “non andò di sua spontanea volontà dai lebbrosi”, ma vi fu condotto dal Signore. “Non ci si innamora di una virtù – ha avvertito padre Cantalamessa – fosse pure la povertà; ci si innamora di una persona”. Pertanto  Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò, per così dire 'in seconde nozze' Madonna povertà”.
Così sarà sempre nella santità cristiana. Alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, o vi è l’amore per Cristo, oppure i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne, purtroppo, anche tra alcuni dei seguaci del Poverello”.

Ma torniamo ora al nostro discorso. Il messaggio quaresimale che oggi presentiamo si diffonde appunto su una distinzione importante tra povertà e miseria. Il cristiano deve essere povero ma non misero. Misero è il mondo in cui viviamo . Il Santo Padre nel suo discorso enumera tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La prima 'tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana… Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità'. La miseria morale 'consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato'. Questa 'forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore'".
Il Vangelo è allora il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza!”.
In questo tempo prezioso che Dio ci dona per la nostra conversione teniamo dunque fisso lo sguardo verso  Cristo povero e crocifisso e  ricordiamo le parole del Papa : “La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.
                                                                                                Antonio Fasolo Ofs



IL BEATO FRANCESCO LODA LA POVERTA'
1974 16.
. Perché lo stesso Re dei re e Signore dei signori, creatore del cielo e della terra, ha vagheggiato il tuo volto e la tua bellezza. Mentre il re posava alla sua mensa, ricco e glorioso nel suo regno, abbandonò la sua casa, lasciò la sua eredità: perché onore e ricchezze sono nella sua casa. E in tal modo, scendendo dalla sua sede regale, si degnò andare in cerca di te.
661 73.. ...Da parte mia ritengo dignità regale e insigne nobiltà seguire quel Signore, che pur essendo ricco si è fatto povero per noi ».
788 200.
Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella.
Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l'indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra.
Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina. Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: « Sappiate--rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore--che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto ».
1127 - 7.
 Difatti il Signore si compiace della povertà e soprattutto di quella che consiste nel farsi medicanti volontari per Cristo. E io, questa dignità regale che il Signore Gesù ha assunto per noi, facendosi povero per arricchirci della sua miseria e costituire eredi e re del regno dei cieli i veri poveri di spirito, non voglio scambiarla col feudo delle false ricchezze, a voi concesse per un momento”.
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Voglio invece considerare, secondo Dio, che questa è la più sublime nobiltà e regale dignità un gesto di onore verso colui che, pur essendo Signore di tutto, volle per amore nostro farsi servo di tutti; ed essendo ricco e glorioso nella sua maestà, venne povero e disprezzato nella nostra misera condizione.