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VOCAZIONE FRANCESCANA REALIZZATA NEL MARTIRIO. testo di fr. Giacomo Bini


Hans Memling
S. Stefano
Pubblichiamo nel giorno di Santo Stefano, primo dei martiri, questo testo di fr. Giacomo Bini, già Ministro generale dell’Ordine dei frati minori che lo scorso maggio è tornato alla casa del Padre: «La vita continua» sono state le ultime parole di Fr. Giacomo, ricordate dal Ministro generale, Fr. M. Perry, nell’Omelia delle esequie.

Il testo è stato scritto in occasione della beatificazione di fr. Pascual Fortuño Almela, fr. Plácido García Gilabert, fr. Alfredo Pellicer Muñoz, fr. Salvador Mollar Ventura,appartenenti all’Ordine dei Frati Minori. Furono beatificati l’11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II con un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione causata dalla Guerra civile spagnola.

Prima di ritornare al Padre e dopo aver invocato la discesa dello Spirito sui suoi discepoli, Gesù li invia al mondo intero perché siano suoi «testimoni - martyres - sino ai confini della terra» (At 1,8). Continuare la missione di Gesù fra gli uomini significa avviarsi per un cammino di martirio, cioè di testimonianza radicale, di dono di sé al Padre fino in fondo. Come Gesù, anche il discepolo si consegna totalmente alla volontà del Padre, testimoniando il suo amore fedele per gli uomini.
Essere discepolo del Signore risorto significa inserirsi immediatamente in una dinamica di kenosi, di morte e resurrezione; implica un lungo viaggio di “svuotamento”, di abbandono. Il cammino “verso Gerusalemme” è sin dall’inizio cammino verso la croce. Proprio questo amore, segnato dal dono di sé sino alla più totale spoliazione e annientamento, ha caratterizzato la vita di Francesco d’Assisi, facendone un imitatore fedele del “Martire per eccellenza”, il Signore Gesù.
Il Poverello è attratto e conquistato dall’amore di Dio, quell’amore povero, fragile, impotente, minacciato sin dalla nascita, che si consegna volontariamente alla morte per la riconciliazione e la pace. Sull’esempio di questa ostinata dedizione, anche Francesco rende la sua vita una testimonianza evangelica di fiducia e di dono incondizionato, un “martirio” pur senza spargimento di sangue.
Il Vangelo secondo Giovanni inizia con questo “esodo” di Gesù: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11). E Francesco esprime “parabolicamente” la sua vocazione evangelica al seguito di Gesù con la pagina della “perfetta letizia”, che ripresenta esattamente il medesimo contenuto.
La vocazione francescana consiste in radice in questo “martirio”, in un pellegrinaggio di ritorno al Padre nella espropriazione sempre più radicale di se stessi, diventando dono e obbedienza al Padre perché il mondo abbia la vita, la pace e la riconciliazione.
Da Assisi il carisma francescano si lancia subito verso l’Europa, l’Africa, l’Asia, verso ogni uomo che attende la misericordia di Dio. Tale è stato l’impegno testimoniante della primitiva e itinerante fraternità francescana, fedele al mandato del Signore. Se «La missione è l’indicatore esatto della nostra fede in Cristo e del suo amore per noi» (Redemptoris Missio, 11), Francesco e i suoi primi compagni hanno colto profondamente questa relazione inscindibile tra fede e missione, incarnando e testimoniando l’urgenza del Regno nell’esperienza quotidiana; la fede e l’amore che condurranno alcuni fratelli allo spargimento del sangue sono espressione conclusiva di questa fedeltà. Ecco perché il poverello, udendo l’annuncio del martirio dei primi cinque frati nel 1220 in Marocco, esclamerà: «Ora posso dire di avere cinque veri frati minori!». A questi primi “veri” discepoli ne seguiranno altri, a Ceuta e a Valencia, contemporanei e compagni di Francesco.

La catena di questi testimoni, lo sappiamo bene, continua sino ai nostri giorni, e il 20° secolo è uno dei più segnati dal sangue di tanti martiri, cosicché anche noi, insieme a S. Agostino, possiamo esclamare: «Tutta la terra è bagnata dal sangue dei martiri; il cielo si illumina della loro corona; le chiesa sono adornate dalle loro tombe; le stagioni sono determinate dal loro ricordo; la salute del corpo e dell’anima è custodita dai loro meriti».
La stessa esperienza di fede e di amore sta anche alla base del martirio dei quattro francescani di Valencia beatificati oggi: fr. Pascual Fortuño Almela, fr. Plácido García Gilabert, fr. Alfredo Pellicer Muñoz, fr. Salvador Mollar Ventura, tutti uccisi tra l’agosto e l’ottobre 1936 *) , quasi a coronare una vita totalmente donata al Signore.
Oggi la Provvidenza ci offre l’occasione di partecipare alla solenne beatificazione di questi quattro nostri fratelli: sul loro esempio, anche noi ci sentiamo stimolati a percorrere sino in fondo il cammino della sequela di Gesù, per testimoniare anche oggi, a tanti fratelli e sorelle assetati di autenticità e di ideali per cui valga la pena di vivere, che l’esperienza della tenerezza paterna di Dio dà senso ad ogni esistenza e la conduce alla sua massima realizzazione.

FRANCESCO, UNA TENSIONE NON RISOLTA di don Felice Accrocca


LA REGOLA DEI FRATI MINORI
UNA REGOLA DI VITA IN TENSIONE TRA LA MEMORIA E LA PROFEZIA


Don Felice Acrocca

Francesco: una tensione non risolta

Francesco e i suoi fratelli cercarono di fissare in un proposito di vita la comprensione che via via maturarono della propria scelta di “vivere secondo la forma del santo Vangelo”: il primitivo proposito presentato a Innocenzo III, che Francesco “fece scrivere con poche parole e con semplicità” (Test 15: FF 116), fu progressivamente arricchito nel corso dei Capitoli annuali, durante i quali i frati, “avvalendosi del consiglio di persone esperte, formula[va]no e promulga[va]no le loro leggi sante e confermate dal papa” (1Vitry 11: FF 2208), fino a giungere alla formulazione di quel testo che – senza ottenere mai l’approvazione papale – ci è stato tramandato sotto il nome di Regola non bollata. Nel riprendere il cammino, non venne meno lo stile collegiale, finché la nuova famiglia religiosa (dal 1220, nei documenti papali la religio minoritica viene sempre denominata Ordo) giunse a redigere un testo normativo con valore definitivo: la Lettera ad un ministro è testimonianza evidente di questo percorso comune, che sottoponeva ad un’attenta revisione anche i testi proposti da Francesco stesso. Si trattò, tuttavia, di un percorso difficile: i silenzi reticenti che costellano alcune fonti si rivelano una traccia evidente dell’imbarazzo di alcuni agiografi, così come diversi accenni documentano espressamente di tensioni in atto tra Francesco e i ministri; addirittura, secondo personaggi al di sopra di ogni sospetto, ad un certo punto una bozza del tanto contrastato testo fu fatta sparire (cf. LegM IV, 11: FF 1084).

A dispetto di tali difficoltà, si giunse comunque alla redazione che, confermata da Onorio III il 29 novembre 1223, costituisce ancor oggi il riferimento essenziale di tutta la famiglia minoritica: un testo al quale collaborarono persone diverse, con diversa formazione e sensibilità, che tuttavia porta impressa l’impronta innegabile di Francesco stesso. Un testo ‘chiuso’ che, in qualche misura, enucleava in modo definitivo – istituzionalizzava, si potrebbe dire – il carisma, rendendone permanenti alcune intuizioni e scelte di fondo e mettendo la parola fine a quel processo che fino ad allora aveva progressivamente arricchito ed aggiornato una normativa ‘aperta’ a successivi e ulteriori sviluppi. Rapidi e continui cambiamenti, oltre a tensioni non sopite, spinsero in ogni caso lo stesso Francesco ad intervenire e – siamo ormai negli ultimi giorni della sua vita – a dettare un testo che aveva un preciso obiettivo: quello di spingere i frati ad osservare “più cattolicamente la Regola” promessa al Signore (Test 34: FF 127).

Francesco era ben cosciente che il suo Testamento non aveva la medesima forza giuridica della Regola: proprio per questo, nella prima parte del documento, egli insistette sull’iniziativa divina, che l’aveva guidato per una strada che, almeno in un primo momento, non avrebbe voluto percorrere; e poiché era stato il Signore a rivelargli quella forma di vita che aveva trovato codificazione definitiva nella Regola, essa non poteva essere stravolta. La Regola era autentica e vera perché ispirata da Dio, e confermata, una volta per tutte, dalla Chiesa che l’aveva autenticata.

Lo scritto mostra una tensione irrisolta. Da un lato, Francesco differenzia espressamente il Testamento dalla Regola: i frati non dovevano avanzare illazioni definendo quello scritto un’altra Regola, poiché esso era “un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il [suo] testamento” (Test 34: FF 127); dall’altro li accomuna, ponendoli sullo stesso piano: “il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi” erano “tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente” dal Testamento, anzi, ad averlo “sempre accanto alla Regola” e a leggerlo in tutti i Capitoli affianco ad essa (Test 35-37: FF 128-129). Volente o nolente, mentre ribadiva con forza alcune modalità dell’esperienza primitiva ritenute ormai a rischio, Francesco finiva quindi per riappropriarsi di uno stile che aveva caratterizzato la sua famiglia religiosa fino al 1223 (una ‘tentazione’ che già si era affacciata nella sua mente: cf. Mem 193: FF 779), introducendo nuove integrazioni, come il divieto – risolutamente fermo – di chiedere “lettera alcuna nella Curia romana” (Test 25: FF 123) e la proibizione – netta anch’essa – di inserire “spiegazioni nella Regola” oltre che nello stesso Testamento (Test 38: FF 130) (cf. Tabarroni, p. 90). Egli considerava dunque chiuso, una volta per sempre, il problema non soltanto dell’autenticità della Regola, ma anche della sua autenticazione e, nello stesso momento, finiva per affiancare alla Regola nuove prescrizioni che non vi erano precedentemente contenute. Le tensioni future scaturiranno dal contrasto interiore in qualche modo presente nello stesso Francesco (non a caso il Testamento avrà un ruolo determinante in molti movimenti di riforma): questo spiega in gran parte la singolarità della storia – e il fascino innegabile – di questo carisma religioso, così come il peso enorme che ha esercitato su di essa la memoria del Fondatore.

I pontefici di fronte alla Regola: da Gregorio IX a Niccolò III


Contrariamente agli intenti di Francesco, la storia premeva però in una direzione diversa. La rapida crescita della nuova famiglia religiosa poneva non pochi problemi ai frati: già tra il 1210 e il 1220 essi avevano dovuto integrare più volte il testo del loro codice di vita; il moltiplicarsi degli insediamenti, anche in forza di nuove campagne missionarie, l’avvicinamento, non solo geografico, al mondo universitario, i campi di azione che la Sede Apostolica assegnava ai Minori (esemplare la lettera di canonizzazione di Francesco, Mira circa nos) rendevano urgente un ‘adattamento’ della Regola a condizioni via via mutevoli, in maniera da consentire ai frati una fedeltà ‘possibile’ alle intenzioni ed al dettato del fondatore.

Le difficoltà sorte e le diversità di opinioni che ne scaturirono, resero necessario un intervento esterno già nel 1230: non sappiamo se la decisione dei capitolari fu unanime, ma certo è che Gregorio IX intervenne su richiesta dei Minori per chiarire “alcune cose dubbie o oscure e altre difficili a capirsi” (Quo elongati: FF 2730), tenuto conto anche del fatto che nel Testamento Francesco aveva vietato espressamente ai suoi di inserire “spiegazioni nella Regola”; secondo le sue parole, il pontefice fu invitato ad agire in forza della conoscenza “più piena” che aveva dell’intentio di Francesco e per aver partecipato egli stesso alla stesura della Regola. La Quo elongati costituì un punto di non ritorno: oltre ad alcune chiarificazioni su punti specifici della Regola bollata, Gregorio IX dichiarò che il Testamento non aveva valore vincolante per i frati (FF 2731) e che gli stessi erano tenuti ad osservare unicamente quei consigli del Vangelo “espressi con parole di comando o di proibizione nella stessa Regola” (FF 2732). Due questioni di perenne attualità nella storia successiva del movimento francescano!

Nei cinquant’anni che seguirono alla morte di Francesco, l’Ordine sembrò orientato a ricercare un’autenticazione della Regola soprattutto in forza di considerazioni interne (Tabarroni, p. 85), vale a dire che ci si sforzò di comprendere la volontà del Fondatore. Contrariamente a Gregorio IX, Innocenzo IV nella Ordinem vestrum (1245), provvedimento che pure sembra sia stato sollecitato dagli stessi frati – è la procedura che fu all’origine del commento alla Regola dei quattro Maestri, nei primi anni ’40, a spingere verso tale conclusione –, non farà alcun accenno all’intentio Francisci, che sarà posta di nuovo in campo solo da Niccolò III (Exiit qui seminat, 1279): non deve quindi sorprendere che la lettera di Innocenzo IV fosse fin da subito recepita con difficoltà dai Minori, tanto che pochi anni dopo la sua emanazione si decise di sospenderne l’applicazione in quei punti in cui il suo dettato si discostava dalla Quo elongati; anche nei commenti successivi, così come nei successivi interventi pontifici, questo pronunciamento innocenziano verrà raramente menzionato.

In un primo momento il ricorso ad un’autenticazione basata su considerazioni esterne, vale a dire sull’approvazione pontificia, fu utilizzato soprattutto ad extra (come appare dall’Expositio super Regulam attribuita a Bonaventura, ma riconducibile ad ambienti influenzati da Giovanni Peckham), soprattutto contro il clero Secolare. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la disputa con i Secolari mise sovente in pericolo l’esistenza dell’Ordine fino al secondo Concilio di Lione (1274): tale disputa lasciò tracce evidenti nella produzione agiografica e, com’era logico prevedere, favorì anche l’approfondimento teorico dei frati riguardo alla loro Regola. In quegli anni delicati e difficili (1255-1279), i Minori elaborarono progressivamente la dottrina della povertà altissima come garanzia di perfezione e acquisirono coscienza di aver abbracciato uno stato di vita più perfetto degli altri: da una povertà realmente vissuta, che vedeva i Minori desiderosi di porsi ai margini della scala sociale, nello spazio di alcuni decenni si era giunti ad una “povertà pensata” (Lambertini), che consentiva di affermare la superiorità del loro stato di vita rispetto a tutte le altre compagini ecclesiali. La Exiit qui seminat, recependo idee fondamentali del magistero di Bonaventura, veniva di fatto a sancire questo stato di cose, dichiarando che la rinuncia alla proprietà, sia individuale che comune, era meritoria e santa, poiché Cristo l’aveva insegnata e confermata con il suo esempio.

La grande disputa tra Comunità e Spirituali


La vittoria ad extra non segnò tuttavia la fine delle tensioni, poiché crebbe il dibattito ad intra. L’Ordine francescano era ormai il più diffuso della cristianità e la precarietà degli inizi era solo un pallido ricordo: come restare fedeli agli ideali originari in una condizione radicalmente mutata? Dalla fine degli anni ’70 la discussione si era accesa in modo intenso, favorita da alcuni interventi di Pietro di Giovanni Olivi: questi affermava che l’“uso povero” (usus pauper) era parte integrante del voto francescano.

Poiché, soprattutto tra Due e Trecento, il grosso dibattito verteva sulla Regola e sulla sua osservanza, per gli Spirituali divenne esigenza vitale comprendere il significato di quel testo – che era insieme documento legislativo e ragione di vita – e soprattutto l’intentio del Fondatore: così scrisse, nel Prologo del suo commento alla Regola bollata, Pietro di Giovanni Olivi. Se per i rappresentanti della Comunità l’interpretazione autentica della Regola risiedeva nelle dichiarazioni papali, tanto che a Raimondo di Fronsac – che scrisse circa trent’anni dopo la redazione del commento dell’Olivi – appariva “superstizioso” chiunque pretendesse di avere una conoscenza migliore dell’intentio di Francesco di quella ivi esposta (Sol ortus est, in ALKG 3 [1887], p. 9), per gli Spirituali, Ubertino e Clareno in particolare, solo le parole e gli atti dell’Assisiate potevano garantire un’interpretazione sicura degli intenti e delle sue volontà supreme.

Con l’Olivi il dibattito si mantenne ancora, principalmente, a livello teorico. Alcuni decenni più tardi, quando la contesa finì per vertere del tutto sulla fedeltà vera o presunta dei frati al loro ideale religioso, Ubertino e Clareno dovettero necessariamente operare un confronto continuo tra la vita dell’Ordine che scorreva sotto i loro occhi e l’insegnamento e l’esempio di Francesco. Tale modo di procedere risulta evidente negli scritti polemici redatti da Ubertino durante la disputa svoltasi negli anni del Concilio di Vienne.

Se nella propria risposta al memoriale di Raimondo Gaufridi la Comunità ci tenne a ribadire che la sostanza del voto francescano consisteva nel vivere sine proprio – cioè nella rinuncia ad ogni possesso o dominio, e dunque ancor più meritoria dell’usus pauper –, nei suoi tre successivi interventi Ubertino mirò a dimostrare che proprio nell’usus pauper si attuava la piena rispondenza all’intentio del fondatore. I suoi interventi si concentrarono essenzialmente sull’osservanza della Regola: equiparandola al Vangelo, Francesco stesso l’aveva resa intangibile (idee ribadite nello Specchio di perfezione [ca. 1318] e nel Commento alla Regola del Clareno [1321-1322]); e poiché i frati si obbligavano ad osservare la Regola, ed essa altro non era che il Vangelo di Cristo, essi si impegnavano ad osservare tutto il Vangelo sotto forma di voto, non soltanto i consigli a modo di precetto. Per gli Spirituali italiani, soprattutto, assunse un carattere sacro anche il Testamento, che essi considerarono una cosa sola con la Regola. Separare i due testi, infatti, avrebbe voluto dire non comprenderli poiché – scrisse audacemente il Clareno – la Regola senza il Testamento sarebbe rimasta priva di un elemento essenziale, come la corona di stelle senza il capo della Donna o una buona azione senza intenzione retta, per limitarci solo ad alcuni dei paragoni da lui menzionati nell’Epilogo del Commento alla Regola.

Precetti e consigli: all’origine di una lunga storia


Negli anni della grande disputa tra Comunità e Spirituali, Clemente V nominò una commissione di esperti, esterni all’Ordine, affinché esaminassero i dossier prodotti dalle due parti in causa. La commissione elencò una serie di prescrizioni che avrebbero dovuto impegnare sub gravi i Minori. Il papa recepì il frutto di quel lavoro e il 6 maggio 1312 pubblicò la lettera Exivi de paradiso, che si proponeva di chiudere la discussione apertasi con la Quo elongati (1230). Secondo papa Gregorio, i frati erano tenuti ad osservare unicamente quei consigli del Vangelo “espressi con parole di comando o di proibizione nella stessa Regola” (FF 2732); per Innocenzo IV, essi erano tenuti a quei consigli “espressi in modo perentorio o obbligante” (preceptorie vel inhibitorie: FF 2739/2), mentre Niccolò III aveva parlato di consigli “espressi in modo perentorio o obbligante oppure con parole equipollenti” (preceptorie vel inhibitorie vel sul verbis aequipollentibus: SLTO, p. 189). Dal proprio canto, Clemente V chiarì che i frati erano tenuti non soltanto all’osservanza dei tre voti, ma anche di tutto ciò che a questi si riferisce e che è esposto nella stessa Regola (non soluta ad tria vota nude et absolute […] sed etiam tenentur ad omnia ea imprenda quae sunt pertinentia ad haec tria, quae regula ipsa ponit: SLTO, p. 234; riepilogo della questione in Bartolomeo, De conformitate IV, p. 383). Clemente V elencava perciò 24 precetti che, fino al XX secolo, sarebbero stati il punto di riferimento obbligato per tutti gli espositori: è facile comprendere come ne sia scaturita una casistica infinita!

Dagli inizi dell’Osservanza alle origine Cappuccine


Di lì a poco, sotto il pontificato di Giovanni XXII (1316-1334), si sarebbe comunque aperta una crisi senza precedenti: il papa tentò infatti sin da subito di scardinare i postulati teorici della Exiit qui seminat, fino a giungere, dopo un’ampia consultazione promossa in proposito, a dichiarare eretica la tesi che Cristo e gli Apostoli non avessero posseduto nulla (Cum inter nonnullos, 1323); ne scaturì una forte polemica libellistica, nel corso della quale i teologi vicini al Ministro generale, Michele da Cesena, che nel frattempo si erano rifugiati con lui presso la corte di Ludovico il Bavaro, dichiararono eretico il papa a motivo delle tesi che sosteneva.

La peste nera che nel 1348 decimò la popolazione europea e svuotò anche i conventi, finì tuttavia per disegnare nuovi scenari. Mentre ancora sfavillavano qua e là i roghi accesi per estinguere l’eresia dei Fraticelli, ripresero voce le idealità e le aspirazioni degli Spirituali: nel 1350 Clemente VI concesse infatti a dodici frati di occupare quattro eremi in Umbria (le Carceri-Assisi, Monteluco, l’Eremita di Portaria, Giano) che sottrasse alla giurisdizione dei superiori ed affidò, invece, al guardiano delle Carceri, Gentile da Spoleto, perché vi si potesse osservare la Regola simpliciter, secondo la purezza primitiva (BF VI, p. 246). Pure nella seconda metà del Trecento e per tutto il Quattrocento, si susseguirono i tentativi di riforma che portarono alla progressiva affermazione del moto Osservante, in un primo tempo prevalentemente indirizzato verso una scelta di carattere eremitico, per poi essere sempre più decisamente calato nella società. Movimenti di riforma sorsero non soltanto in Italia e in Francia, dove più lunga e duratura era stata la penetrazione degli Spirituali, ma anche nella penisola iberica, rimasta per gran parte immune da questo influsso e nella quale gli ideali riformatori sfociarono in tre direzioni: in romitori indipendenti (soprattutto nella Provincia di S. Giacomo, la più distante dal resto dell’Europa), nella riforma villacreziana, nell’Osservanza regolare.

Gli Osservanti conquistarono progressivamente la loro autonomia e con il pontificato di Eugenio IV ottennero una serie impressionante di privilegi; dal proprio canto, i Conventuali tentarono di reagire di fronte a tanto immediato successo e, sotto il pontificato di Sisto IV, furono vicini al ribaltamento della situazione; grazie anche all’appoggio di principi e sovrani, l’Osservanza riuscì tuttavia a mantenere lo status quo e dal quel momento furono i Conventuali a dover organizzare la difesa. Permaneva, in ogni modo, una diffusa insoddisfazione: una lettura attenta della Franceschina mostra che il suo autore, l’Osservante Giacomo Oddi, nutriva una vera nostalgia per quelli che erano stati gli inizi del movimento riformatore, ormai lontani non solo cronologicamente. Come testimoniano molte lettere pontificie, il richiamo insistente all’osservanza integrale della Regola persisteva tenacemente nel comma programmatico dei gruppi di riforma. Gli stessi Osservanti si trovarono costretti a contenere le spinte centrifughe di quanti avrebbero voluto staccarsi dal movimento per mettere in atto i medesimi programmi che pure erano stati alla sua origine, e per i quali i suoi promotori si erano finalmente distinti dalla Comunità dell’Ordine: nella circostanza, la linea di comportamento degli Osservanti non fu troppo diversa da quella tenuta dalla Comunità prima verso gli Spirituali e, in un secondo tempo, nei loro stessi confronti.

La Ite vos, la cosiddetta “bolla di unione” con la quale Leone X sancì la definitiva divisione dell’Ordine, non pose affatto fine al diffuso stato di insoddisfazione: ancora nel 1526, con il breve Ex parte vestra, il cardinale Lorenzo Pucci concedeva a Matteo da Bascio, Ludovico e Raffaele da Fossombrone di poter condurre vita eremitica e di osservare la Regola per quanto poteva l’umana fragilità (ci troviamo di fronte ad una forte riaffermazione della posizione rigorista); il comma programmatico ritorna di nuovo nella lettera Religionis zelus, di Clemente VII, diretta agli stessi frati, vale a dire nell’atto di nascita della famiglia cappuccina, emanato dal pontefice per tre soli frati (il che rende senz’altro legittimo domandarsi perché agli Spirituali non fu mai possibile ottenere quanto venne poi concesso ad Osservanti e Cappuccini).

La Regola e la sua purezza: la proposta dell’eremo


I primissimi Cappuccini accentuarono il tratto eremitico, soprattutto nel tempo in cui furono sotto la guida di Ludovico da Fossombrone. Dall’eremo era partita anche la proposta severa ed esigente di fra Paoluccio Trinci e per l’eremo, in un primo tempo, aveva optato tutto il movimento Osservante; esso, tuttavia, subì una sterzata significativa tra il 1412 e il 1413, quando Bernardino lasciò l’eremo del Colombaio, presso Siena, e si gettò a capofitto nella predicazione itinerante: tutta l’Italia centro-settentrionale venne percorsa e conquistata dalla personalità affascinante di questo francescano dalla parola infuocata. Una tanto massiccia immissione nel tessuto urbano costrinse – giocoforza – l’Osservanza ad inserirsi sempre più nella vita sociale; in reazione a tale processo, di fronte al grande afflusso di vocazioni che richiedeva l’edificazione di nuovi, grossi conventi cittadini, ritornò allora in auge ancora una volta il prepotente richiamo dell’eremo, di una vita povera fatta di silenzio e di preghiera. Già nel 1460 Giovanni Brugman, in un opuscolo polemico dal titolo quanto mai significativo (Speculum imperfectionis Fratrum Minorum), rimproverò ai suoi confratelli dell’Osservanza di aver abbandonato la vita ritirata, causando così una deplorevole decadenza della loro originaria scelta di vita. Sulla medesima linea, tra il XV e il XVI secolo non pochi movimenti di riforma, soprattutto in Italia e Spagna, propugnarono un ritorno allo spirito primitivo attraverso la via dell’eremo.

Per venire incontro a queste richieste, fattesi sempre più pressanti, nel 1523 il Ministro generale Francesco Quiñones emanava gli Statuti per le case di recollezione presenti in territorio spagnolo; nella sostanza, gli stessi vennero da lui promulgati anche per l’Italia poco più tardi, nel 1526. Essi divennero il punto di riferimento per tutti gli Statuti posteriori. Il 22 novembre 1679, Innocenzo XI emanò la bolla Militantis Ecclesiae, con la quale approvava gli atti del Capitolo generale degli Osservanti, tenutosi a Roma, presso il convento dell’Aracoeli, nel 1676; nel prologo di queste disposizioni pontificie veniva detto espressamente: “Si ordina che in ogni Provincia di questa Osservanza siano istituiti tre o quattro conventi di recollezione di primo e secondo noviziato, che valgano al tempo stesso come luoghi di spirituale quiete e seminari di perfezione per tutta la Provincia”.

Non è per orgoglio civico – sono nato e cresciuto nel suo stesso paese – che ora ricordo Tommaso da Cori, quanto perché l’animatore ed il vero fondatore del Ritiro di Civitella (oggi Bellegra) si mostrò in piena consonanza con il francescanesimo primitivo, optando decisamente per una vita mista di contemplazione e di apostolato, con un’impostazione assai differente da quella che fino ad allora aveva prevalso nelle case di recollezione e di ritiro. La sua fu un’intuizione feconda, al punto tale che le ordinazioni che elaborò per il ritiro di Civitella, approvate dal suo Ministro provinciale nel 1706 ed estese a tutti i conventi di ritiro della Provincia Romana, vennero poi applicate a tutto l’Ordine dai Ministri generali Clemente da Palermo e Pasquale da Varese, nel 1759 e nel 1774.

Il prevalere dell’approccio giuridico


Al fine di conservare la propria famiglia religiosa “nella spirituale observanzia della evangelica e serafica Regula”, nelle Costituzioni di Roma - S. Eufemia (1536) i primi Cappuccini decisero di “ordinare alcuni statuti per siepe de la predicta Regula”, per difendersi “da tutte le relaxazione contrarie al ferventissimo e serafico zelo del padre san Francesco” (Prologo, in FC I, pp. 253-255). Coscienti che fosse volontà di Cristo e di Francesco che la Regola si dovesse osservare “simplicimente, ad literam, senza glosa”, per rispettarla “più puramente, santamente e spiritualmente”, essi decisero di rinunciare a “tutte le glose ed exposizione carnale, inutile, noxie et relaxative”, accettandone però come “vivo commento” “le dichiarazione de’ summi pontefici e la santissima vita, doctrina ed exempli del padre san Francesco” (§ 5, in FC I, pp. 261-262); inoltre, decisero di osservare il Testamento di Francesco, giudicandolo “spirituale glosa ed exposizione” della Regola (§ 6, ibidem, p. 263).

Nonostante tale petizione di principio, l’approccio giuridico (meglio, precettistico) nei riguardi della Regola finì per trionfare dappertutto in epoca moderna, anche in ambito cappuccino. I commenti dei Cappuccini dello scorcio del Cinquecento e dei primi decenni del Seicento costituiscono una prova evidente della vittoria di questa modalità d’approccio nei confronti del codice di vita della famiglia francescana. L’elenco preciso dei precetti che, secondo la Exivi de paradiso, obbligavano sub gravi i frati, costituì – come si è detto – un punto di non ritorno che influenzerà gli espositori futuri; la teologia della vita religiosa impostasi nell’epoca post-tridentina (Suarez) e che presentava la professione religiosa come un contratto, contribuirà in modo non irrilevante ad accrescere il problema dell’obbligatorietà della Regola, fonte perenne di risorgenti inquietudini. I commenti si moltiplicano, diventando di sempre più difficile lettura per tutti coloro che risultano sprovvisti di un’adeguata formazione giuridica.

Si differenzia, in questa selva di commenti, un curioso Trattato sull’amore evangelico, probabilmente attribuibile agli inizi del Cinquecento, scoperto mutilo in un codice assisano che raccoglie altri commenti alla Regola francescana e pubblicato anni or sono da Costanzo Cagnoni nelle Fonti Cappuccine (ma ne ho di recente rinvenuto un secondo codice presso la Biblioteca Vaticana che, per quanto mutilo anch’esso, consente tuttavia di avere una visione più articolata dell’opera): nella spiegazione del testo non vengono utilizzati né gli antichi espositori, né i pronunciamenti papali; la Parola di Dio si rivela come l’unico fondamento per la comprensione della norma di vita dei Minori.

Alcuni autori – è il caso di Ilario da Parigi – che, insoddisfatti di tale stato di cose, tentarono di tornare alla dottrina scolastica, finirono per veder messa all’Indice la loro opera (cf. Etzi, pp. 125-127). Come scriveva Kaietan Esser, “non ci si staccò da questo modello neppure quando le strutture scientifiche e sociali del mondo secolare, come la vita interna e l’opera della Chiesa, erano già cambiate da tempo. Le spiegazioni della Regola ponevano domande di questo genere (e i novizi imparavano a discuterle con tutti i sussidi della casistica): «che cosa significa cavalcare?» anche molto dopo che i Frati minori viaggiavano in ferrovia, in auto e in aereo. Essi sillogizzavano sul divieto della Regola di usare denaro, quando ormai ogni frate dell’Ordine, come i poveri nel mondo, di fatto usava denaro e doveva usarlo” (cit. da Etzi, p. 127). Alcune settimane or sono, il p. Servus Gieben, coetaneo del nostro Thaddée Matura, con il quale discutevo della questione, mi ha confermato che le cose stavano precisamente in quel modo anche in casa cappuccina, ai tempi del suo noviziato: l’interpretazione giuridica della Regola aveva un peso ben maggiore che non l’insegnamento di Francesco, e mentre la seconda Guerra mondiale spazzava via tante certezze, i novizi delle diverse obbedienze continuavano a discettare nei termini descritti da Esser. E ciò malgrado già nel Capitolo del 1915 l’Holzapfel avesse formulato un’espressa richiesta al Ministro generale perché rivolgesse formale supplica alla Sede Apostolica affinché il papa facesse in qualche modo tabula rasa di tutta una documentazione divenuta ormai ingombrante e nociva per il vero progresso della vita religiosa. Si dovette tuttavia attendere il Concilio Vaticano II perché s’avviasse una generale riscoperta del carisma (peraltro, preparata da studiosi che da anni avevano prodotto notevoli studi in tal senso: si veda il lavoro di F. Uribe in Collectanea Franciscana 76 [2006], pp. 119-160), secondo le indicazioni formulate nel Decreto Perfectae Caritatis.

Il cuore della “Regola e vita”


Come appare oggi alla nostra comprensione questo testo vitale? Esso offre indicazioni preziose per uno stile di vita autenticamente fedele allo spirito del Fondatore ed alle sempre mutevoli condizioni dei tempi. Bisogna a questo proposito ribadire, contro una tentazione sottile e strisciante, che la Regola bollata, nonostante diverse mani abbiano collaborato alla sua stesura, riflette il pensiero autentico di Francesco: non condivido dunque l’opinione di quanti – velatamente o meno – tendono a scavare un fossato tra questo testo e la Regola non bollata. La voce diretta dell’Assisiate compare non soltanto nei molti verbi alla prima persona (cf. II, 17; III, 10; IV, 11; IX, 3; X, 3; X, 7; XI, 1; XII, 3), ma anche in altri passi facilmente identificabili: passi che, più di altri, rivelano una sorprendente consonanza non soltanto con analoghi corrispondenti della Regola non bollata, ma anche con ulteriori scritti di Francesco.

La Regola si presenta dunque come la vita (cf. I, 1; II, 1; II, 17) della fraternità (la famiglia viene designata quattro volte con il termine fraternitas, due volte con il termine religio, una volta soltanto con il termine ordo), una vita che si concretizza nel programma di osservare la povertà e l’umiltà e il Vangelo di Gesù Cristo (cf. I, 1; VI, 2; XII, 4), in comunione con la Chiesa e nell’obbedienza ad essa (cf. I, 1; XII, 4). Centro e cuore di questo codice di vita risulta, a mio avviso, il capitolo VI che, soprattutto nei vv. 4-6, tradisce anche un diverso genere letterario: come il capitolo VI della Regola di Chiara si distingue dal resto per il tono autobiografico, e quindi per un diverso genere letterario, allo stesso modo si differenzia anche questo capitolo della Regola minoritica: ci troviamo, infatti, di fronte ad un’esortazione in forma diretta, rivolta ai frati da Francesco stesso. Il capitolo sintetizza l’essenza di una vita precaria e mendicante, contenta di possedere solo il Signore Gesù Cristo e di seguire le sue orme in povertà e umiltà (vv. 1-3: minorità), il tutto vissuto insieme, in una piena condivisione di vita e d’anima, nel servizio caritativo reciproco (v. 7-9: fraternità): l’esortazione di Francesco (vv. 4-6) collega questi due brani che sintetizzano l’essenza dell’esperienza francescana.

Un’esistenza umile e sottomessa (cf. III, 10-11.13-14), che non può e non vuole giudicare alcuno (cf. II, 17): l’umiltà, infatti, deve contrassegnare lo stile dei Minori (cf. III, 11; V, 4; VI, 1; X, 1; X, 9; XII, 4); nel suo Testamento Francesco preciserà che i frati dovranno adottare uno stile umile anche in ambito pastorale (vv. 6-7: FF 112). Poiché l’umiltà contrassegna la scelta eucaristica di Cristo (cf. Am I, 16-18: FF 144; LOrd 26-29: FF 221), la vita dei frati deve ‘farsi’ eucaristia, deve assumere, cioè, quei caratteri di umiltà e di povertà che contrassegnarono l’esistenza e le scelte del Cristo.

La lezione della storia

L’abbozzo fin qui tracciato ha posto sotto i nostri occhi una storia contrastata, frutto di una “eredità difficile”: una tensione che trova la sua origine nella persona e nell’esperienza di Francesco stesso. Perché la storia diventi veramente magistra vitae, è tuttavia necessario che se ne apprenda la lezione.

Una tensione perenne Cosa ci insegna dunque la storia francescana? Anzitutto che le tensioni sono parte di essa, perché iscritte, potremmo dire, nel suo DNA; tuttavia la storia mostra pure che le tendenze centrifughe vengono contenute da una sana duttilità, capace di accogliere proposte al di fuori di schemi e scelte ormai consolidati, purché non vengano favoriti i battitori solitari ed orientamenti e strategie siano condivise nei luoghi deputati al discernimento comunitario.


Ortodossia e ortoprassi Otto secoli di vita insegnano pure che non basta l’ortodossia per conservare l’unità, quando viene meno l’ortoprassi; esemplare, a riguardo, è l’accoglienza riservata dagli Spirituali alla Exivi de paradiso: la lettera di Clemente V sposava le critiche di Ubertino allo stato di rilassatezza che si era diffuso nell’Ordine, ma smentiva le attese degli Spirituali su alcuni aspetti essenziali; da un punto di vista teorico, dunque, essa fu per loro un fallimento: eppure il Clareno la ritenne la più vicina di tutte all’intenzione del Fondatore (Liber chronicarum VI, 258). Un impegno maggiore nella repressione degli abusi (e giova dire che le accuse ripetute e circostanziate di Ubertino non furono mai smentite dalla Comunità) avrebbe risolto molte cose. Allora come oggi!

Eremo-città Sempre presente nella storia dell’Ordine si è rivelata poi la tensione eremo-città; Francesco ed i suoi compagni optarono per una “alternanza” (Merlo) eremo-città: nello stesso giorno, come poté osservare anche Giacomo da Vitry nel 1216 (cf. FF 2206), i frati agivano nelle città per poi ritirarsi, di notte, in luoghi solitari. Nel giro di pochi anni la vita nell’eremo divenne una possibilità permanente (cf. Rnb XVII, 5: FF 47; Regola di vita negli eremi: FF 136-138) e, con il passare del tempo, finì per divenire un’alternativa al francescanesimo urbano (dall’alternanza si passò dunque all’alternativa): dall’eremo hanno preso avvio riforme che hanno esercitato un peso decisivo nello sviluppo della famiglia francescana. La storia mostra però che le riforme hanno conosciuto una crescita, non solo numerica, quando hanno lasciato l’eremo per dirigersi verso le piazze cittadine: Osservanti e Cappuccini insegnano…

Autocoscienza istituzionale: sacerdoti e non-sacerdoti Povertà è stata la parola-chiave, la miccia che ha causato notevoli e ripetute esplosioni: che si trattasse di una povertà pensata, a difesa della pretesa supremazia spirituale dell’Ordine, o della ricerca di una povertà vissuta, in nome di una fedeltà allo spirito originario dell’Ordine. La tensione tra le due anime del francescanesimo si manifestò ben presto, vivente ancora Francesco, ma non si trattò di una lotta tra rigoristi e rilassati, come volle all’epoca il Clareno e come, in tempi più vicini a noi, ha ritenuto il Sabatier. In realtà, all’inizio le parti in conflitto rivelarono una diversa coscienza della propria vocazione e della missione dell’Ordine: una parte si mostrò tenacemente attaccata alla memoria delle origini propugnando una testimonianza silenziosa, basata su una vita di condivisione con i poveri, sul lavoro manuale e sull’annuncio della penitenza; un’altra parte, invece, si schierò risolutamente a favore di un inserimento della famiglia francescana nell’attività pastorale, a servizio – e a vantaggio – della riforma della Chiesa. La parte laicale dell’Ordine (quale spazio poteva avere un frate laico nell’attività pastorale?), propese quindi per una continuità con il modello delle origini, mentre la parte sacerdotale si rivelò più incline all’opzione pastorale.

Gregorio IX contribuì in modo decisivo alla vittoria del modello pastorale. Ma se un sacerdote celebra messa, confessa, predica, insegna, si inserisce attivamente nella vita politica della città, ben difficilmente lo si troverà in un lebbrosario o in un ospedale a curare gli infermi. Furono allora soprattutto i frati laici, ai quali era impossibile l’accesso a molte attività pastorali, a tener fede (almeno in alcuni casi) alla primitiva memoria dell’Ordine. Tali chiavi di lettura, ovviamente, non vanno assolutizzate: basti pensare all’esperienza di Antonio di Padova, il quale all’intensa attività di predicazione, fece seguire la quiete di Camposampiero, dove visse in condizioni molto simili a quelle raccomandate nella Regola per gli eremi. Allo stesso modo, anche un personaggio come Elia, che non fu sacerdote, ma certo fu uomo di grandi capacità ed energie, dinamico, votato più alla vita attiva ed al governo che non alla solitudine ed alla quiete, trascorse – stando almeno alla testimonianza di Tommaso da Eccleston – un periodo della propria vita in un eremo, tra il 1230 e il 1232 (cf. FF 2502).

La storia successiva ha visto i religiosi, laici e sacerdoti, agire secondo una netta divisione di compiti: non soltanto il lavoro manuale, ma l’evangelizzazione itinerante (uno sguardo anche veloce agli atti dei processi di canonizzazione è sufficiente a convincersene), elemento fondamentale dell’esperienza primitiva, si è mantenuta viva grazie soprattutto ai religiosi non sacerdoti. Si discute molto oggi – almeno in Occidente – sui frati non sacerdoti e sulla natura dell’Ordine: tuttavia, fin quando l’azione liturgico-pastorale continuerà ad assorbire quasi tutte le energie, ogni possibile discorso sarà destinato al fallimento.

CORTONA / CONVEGNO: "FRATE ELIA DA CORTONA, TRA REALTA' E MITO" / intervento di Jacques Dalarun e cronaca della giornata / VIDEO

"FRATE ELIA DA CORTONA, TRA REALTA' E MITO": il convegno organizzato dalla diocesi di Arezzo, Cortona e Sansepolcro, con il Patrocinio del Comune di Cortona e in collaborazione con la Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, il Centro interuniversitario di Studi francescani e la Società internazionale di Studi francescani e le Famiglie francescane di Cortona, ha offerto un importante momento di riflessione e studio sulla figura di frate Elia da Cortona.

PROGRAMMA

Numerosi gli interventi delle due giornate: Jacques Dalarun, Maria Pia Alberzoni, don Felice Accrocca e insieme a Paolo Capitani, Michele Pellegrini, Fulvio Cervini e Giulia Barone hanno proposto uno studio sul primo ministro generale (1232-39) succeduto a Francesco dopo la sua morte e canonizzazione.

Frate Elia fu un personaggio discusso e divisorio da un lato, ma anche testimone di Francesco e sostegno per la stessa Chiara dopo la morte di quest’ultimo dall’altro. Fu probabilmente lo stesso Elia a diffondere la fama di Chiara e delle damianiti in Boemia arrivando al cuore di Agnese e fu probabilmente grazie ai frati inviati lì che le due donne poterono sostenersi e darsi consigli per perseverare sulla stessa via di Madonna Povertà invocata da Francesco e da Chiara, che ottenne, vale la pena di ricordare, il documento del Privilegio della povertà da Gregorio IX. La stima di Chiara nei confronti di Elia e la collaborazione e l’amicizia spirituale tra i due per la diffusione del carisma della comunità di San Damiano è testimoniata anche da queste parole della seconda lettera che Chiara scrive ad Agnese di Praga, documento datato tra il 1234 e il 1238: “Riguardo a questo, perché tu possa percorrere più sicura la strada dei divini mandati, attieniti ai consigli del venerabile Padre Nostro frate Elia, ministro generale, ed anteponili ai consigli di qualsiasi altri e ritienili più preziosi per te di qualsiasi dono” (FF 2877).

Elia fu compagno e testimone di Francesco prima e di Chiara in seguito e ministro generale dell'ordine dal 1232 al 1239, ricoprendo l’importante ruolo di promozione della realizzazione della basilica di San Francesco ad Assisi dopo la morte di Francesco. Frate laico e politico, si trovò a dover affrontare situazioni politiche di forte rilevanza tanto che il suo appoggio a Federico II gli valse la scomunica, resa pubblica ed effettiva nel 1240, e l’allontanamento dall’ordine. Solo negli ultimi tempi si riconcilierà col papato proprio a Cortona, città che l’accolse e da cui ricevette un appezzamento di terreno su cui costruire una domus: vi costruirà invece la chiesa dedicata a San Francesco in cui farà custodire alcune reliquie dell’amico santo assisiate, chiesa che oggi conserva anche le spoglie di Elia.

Il convegno di Cortona è stato senza dubbio un appuntamento per riparlare della figura di frate Elia approfondendo tanti aspetti: dal suo legame con Francesco al sostegno a Chiara e alle altre Sorores; dall’architettura all’alchimia; dalla scomunica alla riconciliazione.
Numerosi gli spunti di riflessione e di studio proposti. Tra i tanti ci piace ricordare l’importanza delle relazioni fraterne tra fratres e con Francesco; la semplicità dei rapporti umani che passava anche attraverso relazioni concrete di amicizia e spirituali, affettive e di preghiera. Recuperare l’aspetto affettivo delle relazioni è stato uno degli auspici lanciati a conclusione del convegno proprio perché i frati “si sono messi nelle mani di Francesco, affidati alle sue mani” come ha sottolineato Jacques Dalarun per rimarcare l’importanza della concretezza delle relazioni e della fiducia che era alla base degli ‘uomini di fede’. La stessa fiducia dimostrata da Chiara la notte della domenica delle Palme quando si è consacrata al Signore davanti all’altare della Porziuncola, affidandosi alle mani di Francesco che le ha tagliato i capelli con la tonsura in segno di consacrazione, anche se non ne aveva l’autorità. Si è fidata e affidata al Signore attraverso le mani del suo fratello, Francesco.

A dimostrazione di come sia lontana la logica umana da quella divina, di quanto l’azione dello Spirito operi anche attraverso vie inusuali agli occhi del mondo e di come riesca a trasformare tutto in grazia. Impercettibili agli occhi e al cuore dell’uomo il tormento di un’anima e il suo percorso di conversione, evidenti invece agli occhi di Dio che ne prova misericordia.

Il legame tra Elia e Cortona è estremamente interessante. E’ interessante pensare che un frate scomunicato sia stato accolto in questa cittadina, dove morirà nel 1253 e dove si riconcilierà, e che laddove avrebbe dovuto costruire una domus per sé vi fece costruire una chiesa, la stessa chiesa in cui qualche anno più tardi, nel 1272, Margherita, una giovane e bella donna proveniente da Laviano, troverà accoglienza. Margherita arriva a Cortona con un figlio piccolo, senza marito, una situazione irregolare anche la sua. Eppure sarà questo il luogo in cui Margherita inizierà un percorso di conversione, penitenza e carità che la condurrà nella via della santità.

Monica Cardarelli

 
quotidiano on line d'ispirazione cattolica


INTERVENTO DI JACQUES DALARUN
source: TDS 
TSD è l’emittente televisiva della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro che si rivolge anche alle diocesi limitrofe di Città di Castello, Fiesole, Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino. Nata nel 1980 come televisione della parrocchia di San Domenico ad Arezzo, è oggi affidata alla Fondazione TSD Comunicazioni che è stata costituita nel 1998 per lo sviluppo delle attività di comunicazione della Chiesa locale. In Toscana rappresenta l’emittente con il più alto livello di continuità negli ascolti coprendo un bacino d’utenza potenziale di circa 400mila spettatori.
In vista dello switch off della tv analogica e grazie all’intesa con alcune emittenti toscane, TSD ha conquistato il quinto posto nella graduatoria regionale stilata dal Ministero dello Sviluppo Economico. Ha ottenuto il canale 25 del digitale terrestre e la numerazione 85 per la sintonizzazione. È quindi ora una realtà solida, riconosciuta e proiettata verso il futuro.

Jacques Dalarun, già direttore delle ricerche per la storia medievale presso l’Ecole française de Rome, ha diretto dal 1998 al 2004 l’Institut de Recherche et d’Histoire des Textes di Parigi. Tra le sue pubblicazioni: Claire de Rimini. Entre sainteté et héresie, (Paris 1998; trad. it. Santa e ribelle. Vita di Chiara da Rimini, Laterza, 2000); La malavventura di Francesco d’Assisi. Per un uso storico delle leggende francescane (Biblioteca francescana, 1996); François d’Assise ou Le pouvoir en question. Principes et modalités du gouvernement dans l’ordre des Frères mineur (De Boeck, 1999; trad. it. Francesco d’Assisi: il potere in questione e la questione del potere. Rifiuto del potere e forme di governo nell’ordine dei frati minori, Biblioteca francescana, 1999); Angèle de Foligno: le dossier (curatore, con Giulia Barone; Ecole française de Rome, 1999); Vers une resolution de la question franciscaine. La legende ombrienne de Thomas de Celano (Fayard, 2007; trad. it. Oltre la questione francescana: la leggenda nascosta di san Francesco (la Leggenda umbra di Tommaso da Celano), EFR Editrici francescane, 2009); Francois d’Assise: ecrits, vies, temoignages (curatore, Ed. du Cerf, 2010)


DIFFERENZA TRA LE FAMIGLIE FRANCESCANE: PRIMO, SECONDO E TERZ'ORDINE

Tre sono componenti fondamentali della grande Famiglia francescana, costituita dai tre Ordini fondati da San Francesco:

il Primo Ordine: i religiosi (frati), Frati minori, Frati minori conventuali, Frati minori cappuccini;

il Secondo Ordine: le religiose claustrali di vita contemplativa, le Clarisse;

il Terzo ordine: i secolari (oggi OFS) e numerose forme di religiosi e religiose impegnati in attività apostoliche, come il TOR - Terzo Ordine Regolare di San Francesco, che si sono formate dal filone principale dei secolari.


Oggi, dopo otto secoli, si riscopre la bellezza di tante differenze che nei secoli si sono dischiuse come fiori, più che rami dall'unico tralcio che Francesco d'Assisi ha espresso, innestato com'era in Cristo Gesù.

Queste differenze mostrano la grande vitalità del francescanesimo nei secoli: oggi sono motivo di sconcerto, il MO.FRA (Movimento Francescano) ha come ragione d'essere armonizzarle.

Il Motu Proprio di Benedetto XVI nel promulgare un Anno della Fede potrebbe ancora essere una "piattaforma" per smussare tante difficoltà che il MO.FRA trova nel suo pieno dispiegarsi.

Infine, l'augurio e una preghiera, raccolti in un monito: «sentendosi trasformato in Cristo principalmente per la virtù della santa umiltà», Francesco «desiderava nei suoi fratelli l’umiltà sopra tutte le altre virtù, e li incoraggiava senza sosta e affettuosamente, con le parole e l’esempio, ad amarla, desiderarla, acquistarla e conservarla» (FF 1768)
Marco Stocchi, ofs

19 MARZO / FESTA DI SAN GIUSEPPE, LE ORIGINI. E' TRA I PATRONI DEI FRATI MINORI COVENTUALI.

La nuova Gerusalemme di cui parla l’Apocalisse è il simbolo di un mondo in cui l’uomo abita assieme a Dio, ma è sbagliato intenderla come una dimensione futura ultraterrena: quella realtà di fatto si costruisce giorno dopo giorno nel mondo attuale. Una costruzione cui tutti sono chiamati a cooperare negli ambiti dove si trovano a lavorare e a vivere.
San Giuseppe, che nel Vangelo di Matteo viene definito “carpentiere”, è il testimone di questa universale chiamata, nell’umiltà, a collaborare anche attraverso il lavoro con il Creatore per cambiare il mondo e costruire un futuro di pace e giustizia.
La sua biografia ci è sconosciuta ma di lui si sa, oltre alla professione, che fu uomo giusto e un saggio padre di famiglia.
(Matteo Liut, dal sito della C.E.I.).

La festa di San Giuseppe che si celebra il 19 Marzo ha origini molto antiche, che risalgono alla tradizione pagana. Il 19 Marzo è a tutti gli effetti la vigilia dell’equinozio di primavera, quando si svolgevano i baccanali, i riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità, caratterizzati da un’estrema licenziosità. Nel mese di Marzo venivano svolti anche i riti di purificazione agraria. Tracce del legame con questo tipo di culti si ritrovano nella tradizione dei falò dei residui del raccolto dell’anno precedente ancora diffusi in molte regioni.

La festa di San Giuseppe è anche la festa del papà, ma non in tutto il mondo. Nei Paesi anglossassoni infatti la festa del papà viene celebrata la terza domenica di Giugno e non assume caratteri religiosi. La festa del papà nasce in America all’inizio del Novecento come una festa improntata alla laicità. In Italia come in molti altri Paesi la festa si caratterizza per la sua collocazione nella dimensione cattolica, affondando le sue radici nella Chiesa dell’est e poi portata in Occidente. vai all'articolo completo

San Giuseppe è anche protettore dei Frati minori conventuali.

Nelle Costituzioni dell'Ordine dei Frati minori conventuali,  troviamo: "I frati venerino ed imitino S. Giuseppe Patrono dell-Ordine, e mirabile esempio di vita religiosa" (81,3). La devozione particolare dell'Ordine Francescano a san Giuseppe, Custode di Gesu', Verbo Incarnato"
 

Ciò attestato fin dal 1399. E' l'anno in cui la festa fu introdotta nel Breviario Francescano. Quasi un secolo dopo, il papa francescano Sisto IV la istitui' per tutta la Chiesa. Anche dopo la forte divulgazione del culto con la predicazione di san Bernardino da Siena (+1444), anch' egli francescano. Ancora oggi la lezione santorale nell'Ufficio delle letture nel breviario romano, recitato da tutto il clero secolare e regolare del mondo, e' sua. Fu nel Capitolo generale del 1741 che San Giuseppe fu proclamato Patrono della Famiglia Francescana dei Frati Minori Conventuali. Il patronato di San Giuseppe e' invocato dall'Ordine per il ruolo teologico-salvifico che il Santo ebbe nei confronti di Gesu' e Maria.

a cura di m.s.

Papa Giovanni XXIII per il 750° ANNIVERSARIO DELL'APPROVAZIONE DELLA REGOLA DEL TERZ'ORDINE FRANCESCANO - O.F.S.



Papa Giovanni in preghiera alla tomba di S. Francesco


                   750° ANNIVERSARIO DELL'APPROVAZIONE DELLA REGOLA FRANCESCANA
 
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII*
Arcibasilica Lateranense
Giovedì, 16 aprile 1959

 
Questi primi mesi d'inizio del Nostro servizio apostolico di successore di S. Pietro nell'episcopato romano sono segnati dal rincorrersi di alcune date storiche e religiose, che si volgono ad auspicio felice. L'odierno ritrovo di cristiana fraternità di sacerdoti e laici, di varie lingue, in diversa configurazione di abito esteriore, ma con eguale semplicità e vivezza di ricordi e di cuori, è uno dei più caratteristici e più lieti.
Qui al Laterano, nella Basilica «Urbis et Orbis mater et caput», non sono gli Apostoli che stasera ci adunano: ma S. Francesco d'Assisi, l'«homo catholicus et totus apostolicus», che raccoglie i suoi figli da oltre sette secoli intorno a sé.
Dalla grande statua di bronzo della piazza immensa, egli invita a contemplare la magnifica e misteriosa « sedes papalis atque patriarchalis ».

dall'Archivio della Fraternità OFS S.Antonio


Eccolo nel mosaico centrale fulgente in posto d'onore, lui fra la Madonna e S. Pietro, e il suo grande figlio S. Antonio di Padova, fra S. Giovanni Battista e l'Evangelista. Qua e là sulle vecchie lapidi ricompare il suo nome benedetto, e il ricordo degli avvenimenti preclari della sua visita a questo colle santificato e veneratissimo nei secoli, come nella iscrizione di Papa Nicolao, Francisci proles primus de sorte Minoruìn: il primo dei cinque Papi francescani.




Stasera è il ricordo della sua Regola, che ci attrasse quassù.
Si direbbe che la figura di Papa Innocenzo III di incomparabile memoria, qui riposante nel suo nobile e magnifico mausoleo, si sia come svegliata dal suo riposo per riconfermarci la realtà del suo sogno, il prodigio della Provvidenza celeste: per cui quella Regola, approvata non senza esitazione in un primo tempo, e poi per divina ispirazione riconosciuta come richiamo di Gesù al suo insegnamento più alto, venne ornata la prima volta da apostolico sigillo.
Può destare qualche ammirazione il fatto della moltiplicazione delle famiglie religiose, che sotto lo stesso nome del Poverello di Assisi presentano variazioni così numerose, e talora impressionanti, di abito, di vita monastica, di forme di apostolato.
Ma per chi sa scrutare le intimità del sentimento, del cuore, del pensiero umano; per chi, avendo veduto molta parte dell'Orbe, si rende conto di antiche e di recenti esperienze, e sa precisare e distinguere fra ciò che è principio sacro e Vangelo eterno, e ciò che è mutevolezza di climi, di temperamenti, di contingenze locali: cresce piuttosto lo stupore per questa fedeltà ai punti fondamentali della Regola Francescana antica, questo fervore di ritorno alla sua purezza primitiva.
La legge della natura che colorisce le aurore, fa divampare il meriggio, rende più mite e soave il vespero, solo teme il sopravvenire della notte; questa legge si applica tutta intera all'ordine dello spirito umano, individuale e collettivo, e prepara giornate novelle. Dunque è solo da temersi la notte quando prolunga le sue ombre, e diventa impervia ad ogni nuovo chiarore.
La grande, immensa, variopinta Famiglia Francescana è come una nave meravigliosa che solca l'Oceano.
Essa dispone di tre àncore potentissime alla difesa del suo naviglio. Queste valgono ad assicurarle conquiste vaste e sicure, al di là di ogni tempesta, al di sopra di ogni avversità di cielo, di terra e di mare.
La sostanza del Francescanesimo è in queste virtù di difesa e di conquista.

Tre parole dicono tutto e riassumono la grande Regola, che Papa Innocenzo approvò: «Paupertas; oboedientia; caritas».
I due illustratori più attendibili e più devoti, Tommaso da Celano e Santo Bonaventura, per quel che ci hanno riferito di S. Francesco e degli inizi dell'opera sua, hanno offerto al mondo il manuale più perfetto di vita religiosa, eletta e santa, e la forma veramente magistrale per ottenere dallo sforzo collettivo di tutti i figli di S. Francesco successi consolantissimi di rinnovamento religioso e sociale.

Oh ! la santa povertà ! Quale ricchezza, come consiglio, come voto ! 

Ciò va detto della povertà effettiva. Ciò va ripetuto per la povertà di spirito.
Le quattro grandi Famiglie Francescane dei Frati Minori, simpliciter detti, dei Frati Conventuali, dei Frati Cappuccini, del Terzo Ordine Regolare, dispongono di una grande letteratura, antica e modernissima, circa il concetto, le forme e l'esercizio della povertà.

Più interessante però delle disquisizioni dottrinali è la illustrazione dei vantaggi e delle gioie serene della povertà. Essa realizza alla perfezione ciò che dice così bene l'autore della Imitazione di Cristo: «Dimitte omnia, et invenies omnia » ... Lascia tutto e troverai tutto.

Non diversamente cantava il buon Jacopone da Todi nelle sue rime:
« Dolce amor di povertade
Quanto ti degiamo amare:
Povertade poverella,
Umiltade è tua sorella ». 

Con quel che segue, in deliziosa espressione di concetti e di frasi. Può accadere, è vero, che nell'esercizio di questa virtù fondamentale del Francescanesimo, per il fatto della stessa povertà sovrabbondino le ricchezze, anche le ricchezze materiali: e penetri nello spirito, in virtù del « paupertas in divitiis abundavit », un sentimento di dominazione universale, anche nel mondo fisico, che per la indiscrezione può divenire pericoloso, sino a ingenerare confusione nell'ordine delle idee e della pratica quotidiana.
Occorre dunque senso di discrezione e di misura.

Non dimentichiamo la pagina dei «Fioretti», dove Frate Angelo, trovandosi con Santo Francesco nel suo ritorno dall'Oriente in un'isoletta deserta e deliziosa della laguna Veneta, invitò gli uccelli, sopravvenuti a festeggiarlo, ad unire il loro canto alla recita del breviario. Risposero gli uccelli col loro cinguettio: ma così gioioso e clamoroso, che Frate Francesco, dapprima così lieto della loro festosa compagnia, dovette pregarli di arrestare quel canto, che troppo disturbava la sua orazione.

Di grande significazione della santa Regola, approvata da Papa Innocenzo, oltre la povertà è l'obbedienza: al Vescovo: e particolarmente al Vescovo di Roma. «Subditi et subiecti pedibus Sanctae Romanae Ecclesiae», secondo l'espressione di S. Francesco.

La storia della Chiesa, studiata senza animosità, dà la documentazione più esauriente di quanto, nella obbedienza pura e semplice alla Santa Chiesa, c'è di successo nella vita degli Ordini religiosi, e quanto di svantaggio e di desolazione accada loro di lamentare e di piangere, seguendo, soli o collettivamente, le vie della insubordinazione e della indisciplina.
Osservammo nella Nostra età giovanile un'antica pittura, distesa su tutta una parete di una splendida chiesa del secolo XIV. Il dipinto si chiama albero di S. Bonaventura: con frati che salgono con semplicità sui rami robusti : altri ardimentosi e impetuosi, che precipitano miseramente. Spesso l'inganno succede alla ambizione segreta e alla spavalderia.
L'autore della «Imitazione di Cristo» procede imperterrito: «Sovente si domanda che cosa un uomo ha compiuto: ma non si ha cura di cercare con quale spirito di obbedienza abbia proceduto nel suo sforzo. Si preferisce cercare se sia potente, ricco, bello, abile, scrittore sapiente, cantore piacevole, oratore vivace, lavoratore instancabile, ma non si chiede se abbia spirito di obbedienza, di povertà; se sia dolce, pio, interiore. La natura inganna sovente: lo spirito obbediente canta sempre vittoria».
Che dire del terzo attributo caratteristico e fondamentale di ogni buon fratello in S. Francesco?
Lo spirito di cattolicità e di apostolato, quale S. Francesco lo presentò ai suoi contemporanei, lo lasciò in eredità preziosissima ai suoi frati, dopo di averlo sancito come un precetto nella Santa Regola, che «dominus Innocentius Papa, vir gloriosus, doctrina quoque fluentissimus, sermone clarissimus, zelo iustitiae fervens», dopo matura riflessione approvò e benedisse?
S. Bonaventura nella sua «Legenda maior et Legenda minor», consacra pagine commoventi alla preparazione di questa regola di apostolato missionario su vasta scala, che doveva segnare la trama del lavoro conquistatore di anime innumeri, quale si sarebbe svolto nel corso di oltre sette secoli, per la diffusa conoscenza, per il trionfo del nome, dell'amore, del regno tutto spirituale di Gesù Crocifisso, Salvatore del mondo.
Le doviziose biblioteche, dove in ricchi volumi, antichi e nuovi, sono raccolte le gesta spesso tinte di sangue dei Missionari Francescani, non vogliono essere onorate come allori, su cui gli eredi di tanta gloria si riposano; ma come incoraggiamenti, fatti più vivi in questa ricorrenza di celebrazioni centenarie, ad «aemulari charismata meliora ».
É una gloria questa delle Famiglie Francescane, che va condotta, come lodevolmente accade di constatare, in nobile e santa gara, con tutte le altre forze spirituali di apostolato missionario, che proseguono in distinti drappelli oggi più vivaci che mai, verso i compiti divenuti in parecchie parti del mondo oltremodo aspri e contrastati.
La voce di S. Francesco, sempre soave e potente, in accordo armonioso con gli altri insigni padri dell'apostolato, che in cielo sono speciali protettori di Congregazioni missionarie da essi fondate, sia invito affascinante per tutti ad una concentrazione di invincibili energie, dai vari punti della terra, dove si lavora, si soffre, e spiritualmente si combatte contro lo spirito delle tenebre; affinché la grande tribolazione che percuote in questi anni la Santa Chiesa si calmi, e torni in benedizione per gli stessi oppressori della libertà e della verità.
Ed ora sciogliamo, diletti figli e figlie delle Famiglie Francescane, e quanti altri appartengono alle innumerevoli associazioni di carità e di apostolato che si ispirano a questo ideale, sciogliamo in santa fraternità l'inno del ringraziamento per i 750 anni di operosa vitalità della «Regola Sancti Francisci»; ed aggiungiamo la fervida preghiera: «ad multos annos, ad pacem et salutem animarum nostrarum, ad gloriam et: benedictionem totius Ecclesiae Sanctae Dei».
Diletti figli! LasciateCi aggiungere una speciale parola del cuore a quanti qui presenti appartengono all'esercito pacifico dei Terziari Lai cali di San Francesco. Ego sum Ioseph, frater vester. Con tenerezza amiamo dirvelo. Lo siamo da quando giovanetto quattordicenne appena, il 1 marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente, per il ministero del Canonico Luigi Isacchi, Nostro Padre Spirituale, quale Direttore che egli era nel Seminario di Bergamo: ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò con felice sincronia coll'atto di iniziarCi, giusto in quell'anno, e in quei mesi, alla vita ecclesiastica con la Sacra Tonsura.
Oh ? la gioia serena ed innocente di quella coincidenza: Terziario Francescano e chierico avviato al sacerdozio; preso dunque per gli stessi funicoli della semplicità, ancora inconscia e felice, che Ci doveva accompagnare sino all'altare benedetto: che Ci doveva poi dare tutto nella vita.
Gli occhi Nostri per altro, sino dall'infanzia, furono familiari alla visione più semplice del conventino regolare dei Frati Minori di Baccanello, che nella distesa campagna Lombarda, dove eravamo nati e cresciuti, era la prima costruzione tutta religiosa che incontravamo: chiesa, modesto romitorio, campanile, e, intorno intorno, umili fratelli che si spandevano fra i campi e i modesti casolari per la cerca, diffondendo quell'aria di semplicità tutta ingenua, che rendeva così simpatico San Francesco e i figli suoi.

Ci sia concesso di dire che dopo un lungo curriculum per le vie del mondo, e avendo accostato tante nobilissime produzioni di quello spirito presso uomini dotti, illustri e santi, che onorarono gli Ordini Francescani e la Chiesa di Cristo nel nome del Padre Serafico di Assisi, niente fu mai così dolce e delizioso alla Nostra anima, come il tornare a Baccanello, a quella innocenza, a quella mitezza, a quella santa poesia della vita cristiana, maturata nel sacerdozio, e nel servizio della Santa Chiesa e delle anime.
É fra quei ricordi che l'umile Terziario Francescano, divenuto Papa nella successione di Innocenzo III, di Nicolò IV, e giù sino a Papa Leone XIII, e senza nulla perdere della primitiva semplicità, anzi gustandone più che mai la dolcezza, è fra quei ricordi — diciamo — che la scorsa domenica in San Pietro gustava una ebbrezza spirituale ineffabile nell'esaltare il nuovo Santo della Chiesa del Signore: San Carlo da Sezze, modestissimo fratello laico dei Frati Minori, a cui la grazia, la purezza, la semplicità, la ispirazione maturarono una corona così fulgida di doni celesti quaggiù e di gloria sovrumana ad incanto nostro, a nostro esempio, a nostra protezione. t al conventino ancora agreste, ma tanto caro di Baccanello, ad evocazione di rimembranze dolcissime di tutta la Nostra vita, che vogliamo inviare quale dono Papale il reliquiario prezioso, che l'Ordine Serafico si è compiaciuto di offrirCi a ricordo perenne del glorioso avvenimento.

Come il grande Patriarca Francesco, così il suo ultimo frate minore glorificato, San Carlo da Sezze, pauper et humilis, coelum dives ingreditur, nymnis coelestibus honoratur, alleluia, alleluia.

Diletti fratelli in San Francesco, a Noi, a voi e a tutti ripetiamo il grande ammonimento che di là ci viene: questa è la grande Regula che celebriamo : questa è la via che conduce alla vita, alla benedizione, alla gloria. Alleluia, alleluia.

Giovanni XXIII




M.R. Cavuoti - VIII Centenario della Regola



Siamo ancora nel pieno del Centenario della prima Regola (o meglio sarenne dire “Forma vitae”) francescana che ha dato inizio alla nostra grande Famiglia. Per celebrare insieme questo evento a livello regionale, il 26 settembre è stata organizzata dal Primo, Secondo e Terzo Ordine della Famiglia Francescana una Giornata presso il il Santuario di S. Francesco a Ripa riservata in maniera particolare ai i Ministri ed i propri Consigli. Nella lettera di convocazione, in nome di tutti, P. Marino Porcelli, Ministro Prov.le dei Frati Minori, ha annunciato l’evento: “quali Figli di S. Francesco, chiamati a vivere il suo carisma nel mondo di oggi, ci sentiamo partecipi della Grazia degli inizi della via donata dallo Spirito alla Chiesa attraverso il Santo di Assisi, che nei suoi otto secoli di storia ha dato testimonianza dell’amore di Dio nel servizio alla dignità dell’uomo in ogni condizione di vita. Durante tutto questo anno abbiamo accolto l’invito “a vivere l’evento del Centenario per ricordare con gratitudine il passato, vivere con passione il presente e aprirci con fiducia al futuro”. In continuità con questo spirito di gratitudine verso il Padre celeste, ci sembrava importante organizzare un evento dove l’intera Famiglia Francescana del Lazio celebra la “Grazia delle Origini”.


Sabato 26 Settembre presso il Santuario di S. Francesco a Ripa in Roma


I Francescani del Lazio celebrano 
 l'Ottavo Centenario della Regola

Presente la Fraternità di S. Antonio con il proprio Consiglio

Sabato 26 ottobre, presso il santuario di San Francesco a Ripa Grande, si è tenuta una giornata di fraternità per ricordare, celebrare e festeggiare gli 800 anni della Regola. Erano presenti i rappresentanti di tutte le componenti della Famiglia Francescana. Accanto a P. Marino Porcelli, che ha voluto fortemente questo momento , vi erano il neo eletto P. Vittorio Trani, Ministro Prov.le Frati Minori Conventuali del Lazio; P. Carmine De Filippis, Ministro Prov.le Frati Minori Cappuccini del Lazio; Sr. Maria Assunta Parente, Presidente Federazione delle Clarisse del Lazio; Fr. Michael Higgins, Ministro Generale Terz’Ordine Regolare. L’OFS e Gi.Fra erano rappresentati da Sig. Luca Fabietti, Ministro Ordine Francescano Secolare del Lazio e da Flavia Malatesta, Presidente Gioventù Francescana del Lazio. La nostra fraternità dal Ministro Guido Fiorani. L’augurio è quello che da questi momenti possa trovare un rinnovato impulso anche il Mo.Fra regionale. Dopo che la componente dei religiosi e delle religiose e quella dei laici si sono riounite per un separato incontro, il vescovo S.E. Mons. Gardin, dell'ordine dei Frati Minori Conv., ha celebrato una messa molto partecipata e animata dai canti guidati dalla Gioventù Francescana. A concluso i festeggiamenti un lauto pranzo nel refettorio dell’antico complesso conventuale, dopo aver potuto conoscerne la storia e l’arte in esso racchiuse ascoltando l’accorta guida del terziario

Il Santuario Francescano
Questa è la prima chiesa, dopo quella di Assisi, dedicata al Serafico Padre. Nel luogo dove in seguito sorgerà la chiesa, grazie all'interessamento di donna Jacopa de' Settesoli, attratta dalla virtù del santo, furono ospitati Francesco ed i suoi compagni, in attesa di essere ricevuti da papa Innocenzo III; questo ostello era assai misero e per questo piacque al Poverello, che vi pose piede altre volte. Apparteneva all'ordine benedettino, ma tre anni dopo la morte di Francesco, nel 1229, papa Gregorio IX con la bolla “Cum Deceat Vos”ordina che l'ospizio con la relativa cappellina passino ai Frati Minori. Dopo questo passaggio di proprietà il conte Pandolfo di Anguillara fece demolire l'antica cappellina ed edificò a sue spese una chiesa a tre navate. Ma anche questa costruzione fu demolita, nel 1682, per realizzare la chiesa attuale, grazie ad un fondo lasciato dal Cardinale Lazzaro Pallavicini: si salvarono solamente il coro, l'ostello e la cella di s. Francesco. All'interno della chiesa, nella cappella a sinistra dell'altare maggiore, vi è la meravigliosa statua della Beata Ludovica Albertoni agonizzante, opera ultima del grande Gian Lorenzo Bernini; da quel volto sublime emana una luce celeste. La storia di questa donna eccezionale e in fondo così umanamente vicina, ad esempio nella sua preoccupazione di assicurare a sua figlia un'esistenza dignitosa, mi ha colpito profondamente. Il suo cuore di madre fu premuroso anche verso altri figli, non suoi, orfani. Ho pensato: chissà quante mogli di mariti difficili potrebbero trovare in lei un esempio vicino a loro! La santità passa anche attraverso queste vie...

Maria Rosaria Cavuoti, ofs
settembre, 2009